Il Mediterraneo non è un confine: è la nostra casa comune. E sta affogando
I ntroduzione editoriale Questo articolo nasce da mesi di osservazione silenziosa, conversazioni quotidiane e una crescente inquietudine. Non pretende di offrire un’analisi esaustiva: le crisi che attraversano il Mediterraneo — climatica, sociale, migratoria — sono troppo complesse per essere contenute in un solo testo. Ma proprio perché siamo immersi in questo contesto, a Mahdia come a Safi, a Sousse come a Tunisi, sento il dovere di dire ad alta voce ciò che molti vedono ma pochi esprimono: che le inondazioni non sono “disastri naturali”, che i sogni europei non sono ingenuità, che la povertà non è un blocco omogeneo — e che gli avvertimenti di anni fa sono stati ignorati non per incapacità, ma per scelta. Pubblico questo testo non come esperto, ma come residente, testimone e parte in causa. Nella speranza che, da entrambe le sponde del mare, qualcuno lo legga — e riconosca che il futuro comune non si costruisce con muri, ma con giustizia condivisa. -mm- Mahdia, Tunis...