Il Mediterraneo non è un confine: è la nostra casa comune. E sta affogando
Introduzione
editoriale
Questo
articolo nasce da mesi di osservazione silenziosa, conversazioni quotidiane e
una crescente inquietudine. Non pretende di offrire un’analisi esaustiva: le
crisi che attraversano il Mediterraneo — climatica, sociale, migratoria — sono
troppo complesse per essere contenute in un solo testo.
Ma proprio
perché siamo immersi in questo contesto, a Mahdia come a Safi, a Sousse come a
Tunisi, sento il dovere di dire ad alta voce ciò che molti vedono ma pochi
esprimono: che le inondazioni non sono “disastri naturali”, che i sogni europei
non sono ingenuità, che la povertà non è un blocco omogeneo — e che gli
avvertimenti di anni fa sono stati ignorati non per incapacità, ma per scelta.
Pubblico
questo testo non come esperto, ma come residente, testimone e parte in causa.
Nella speranza che, da entrambe le sponde del mare, qualcuno lo legga — e
riconosca che il futuro comune non si costruisce con muri, ma con giustizia
condivisa.
-mm-
Mahdia,
Tunisia | dicembre 2025
Il
Mediterraneo non è un confine: è la nostra casa comune. E sta affogando
Per gli
italiani che vivono in Tunisia — e per chi sa guardare oltre la propria
finestra
Nel 2025,
mentre i governi celebrano “il picco dei combustibili fossili” e i mercati
applaudono la crescita delle rinnovabili, intere città del Nord Africa affogano
sotto piogge che i meteorologi definiscono “normali”. Questa non è una
contraddizione: è la prova che la crisi climatica non si misura in tonnellate
di CO₂, ma in vite umane sacrificate dove il potere è assente e la povertà è
strutturale. E il Mediterraneo — crocevia di climi, economie e destini — ne è
il laboratorio più avanzato.
Da Mahdia a
Sousse, da Tunisi a Djerba, molti di noi osservano il cielo di dicembre con una
certa familiarità: quella pioggerellina insistente, l’umidità che penetra nelle
ossa, il sole che tarda a tornare. Ci ricorda la nebbia padana, le giornate
grigie di novembre. Ma qui, a poche centinaia di chilometri più a sud, lo
stesso cielo non porta solo malinconia: porta morte.
Il 15 dicembre
2025, alle 10:23 (GMT+1),
la televisione di stato marocchina ha annunciato che almeno 37 persone sono
morte a causa di inondazioni improvvise a Safi, sulla costa
atlantica del Marocco. Quattordici sono ricoverate. Solo poche settimane prima,
a novembre, altre decine di vite erano state spazzate via da piogge considerate
“normali” dai meteorologi — ma catastrofiche per chi vive in quartieri senza
fognature, in edifici costruiti senza regole, in territori abbandonati alla
resilienza del singolo.
A noi, che
viviamo in Tunisia, questa vicinanza non è solo geografica.
Il Nord Africa sta diventando il fronte avanzato del collasso climatico e
sociale. E quel che accade a Safi, a Fez o al confine algerino non è
“altrove”. È a due ore di aereo. È nella stessa regione in cui mandiamo i
nostri figli a scuola, assumiamo collaboratori, facciamo la spesa, curiamo i
nostri occhi da un medico di fiducia — come tanti di noi hanno fatto a Sousse.
Non è colpa
della pioggia. È colpa dell’ingiustizia
Le inondazioni
uccidono non perché piove troppo, ma perché le infrastrutture mancano là dove
vivono i più vulnerabili — e non dove vivono quelli che, pur con mezzi
limitati, si sentono al sicuro perché sanno di poter contare su un passaporto,
un conto in banca europeo o una rete di protezione che qui, per molti,
semplicemente non esiste.
Ma c’è
un’altra verità, meno raccontata: la povertà non è un blocco unico.
Chi vive in Tunisia con un reddito modesto — come molti pensionati o lavoratori
autonomi italiani — si trova spesso in una posizione ambigua: non è
ricco, ma è percepito come tale da chi non ha accesso a un conto estero,
a un sistema sanitario alternativo, a una rete familiare in Europa. Questa
prossimità fisica tra “poveri con risorse” e “poveri senza speranza” genera,
inevitabilmente, frizioni silenziose.
Il potere locale
— e quello europeo — le ignora volentieri. Tanto, non esplodono in piazza. Non
fanno notizia. Ma si accumulano: nel sospetto verso lo straniero “che si
permette”, nella rabbia contro chi “ha di più pur avendo meno”, nella
convinzione che il disagio degli uni sia causato dagli altri, quando
invece entrambi sono vittime dello stesso sistema.
È la guerra
tra poveri, istintiva e ripetuta: una fascia di popolazione, pur vivendo
con mezzi limitati, diventa bersaglio simbolico perché è economicamente
accessibile, visibile, “a portata di mano”. E il vero responsabile — un
modello economico che concentra ricchezza e smantella protezioni — rimane al
sicuro, lontano, inaudibile.
Finché non si
riconosce questa tensione, ogni tentativo di “coesistenza” rimarrà
superficiale. E ogni inondazione, ogni morto, ogni sogno infranto sarà letto
come “sfortuna”, non come conseguenza di scelte politiche precise.
Tutto questo
non è imprevisto. Già
anni fa, analisi rigorose — tra cui uno studio della McKinsey — avevano messo
in guardia governi e istituzioni: senza investimenti strutturali in
infrastrutture resilienti, servizi pubblici e opportunità locali, il Nord
Africa sarebbe diventato un’area di collasso accelerato, con effetti a cascata
su clima, migrazione e stabilità sociale.
Ma quegli
avvertimenti non sono stati ignorati per “mancanza di mezzi”. Sono stati archiviati
perché scomodi. Perché prevenire richiede redistribuire. Perché curare
prima del disastro mette in discussione un modello in cui la ricchezza e il
potere politico si consolidano gestendo le crisi, non evitandole.
Non si tratta di
“qualità della vita” per la gente, ma di chi controlla le risorse quando la
gente soffre.
Eppure, in
Tunisia come in Marocco, non mancano certo le energie per cambiare le cose:
attivisti locali, ingegneri, insegnanti, medici, giovani che ogni giorno
provano a costruire resilienza con mezzi limitati. Ma accanto a loro — e spesso
più rumorosamente — c’è chi ha smesso di credere nel cambiamento. C’è chi
preferisce il mare alla mobilitazione, il couscous al confronto, e sogna
un’Europa immaginaria dove la ricchezza arriva da sola, insieme al visto.
Non è indolenza:
è stanchezza. È la conseguenza di un sistema in cui il consumo — anche
di “stracci usati” — diventa l’unico modo accessibile per sentirsi moderni,
visibili, vivi. In cui il fatalismo non è pigrizia, ma una forma di adattamento
a un presente che sembra non offrire alternative.
Il problema,
allora, non è solo la mancanza di risorse, ma anche la mancanza di speranza
condivisa — e di percorsi credibili per chi vorrebbe impegnarsi, ma non
vede né riconoscimento né futuro.
E i migranti?
Sono parte del nostro quotidiano
Nello stesso
periodo, nove migranti subsahariani sono morti congelati sui monti al
confine tra Marocco e Algeria. Corpi ritrovati a Ras Asfour. Nessuna identità,
nessuna notizia ufficiale. Solo il gelo a raccontare la loro storia.
Molti di loro
speravano di raggiungere Ceuta, Melilla, le Canarie — o forse, un giorno,
l’Italia.
Intanto, l’Unione Europea spende centinaia di milioni per rimpatriarli, ma il
sostegno promesso al ritorno spesso non arriva. Così, la disperazione torna
a bussare — e con essa, i barconi, i corpi in mare, il silenzio imbarazzato di
chi crede che “non è un problema nostro”.
Ma se vivi in
Tunisia, lo sai bene: è un problema nostro.
Perché vedi ogni giorno chi lavora in nero, chi cerca un permesso, chi dorme in
strada. Perché sai che nessuno lascia casa se non è costretto. E perché, come
stranieri in un Paese che ci accoglie, abbiamo il dovere di non voltarci
dall’altra parte — non per carità, ma per rispetto reciproco.
Cosa possiamo
fare? Andare oltre le illusioni della cooperazione
Non basta
chiedere “progetti congiunti”. Sappiamo bene che l’Unione Europea ha già
stanziato centinaia di milioni di dollari — ufficialmente per sostenere
i migranti, migliorare le condizioni locali, favorire il reinserimento. Ma come
ha denunciato la Corte dei Conti europea, quei fondi non dimostrano
un reale rapporto qualità-prezzo. Nella pratica, servono soprattutto a tenere
i migranti fuori dall’Europa, non a costruire opportunità in Africa.
La Tunisia, a sua
volta, ha accettato questo ruolo: diventare un cuscinetto di contenimento,
in cambio di aiuti che raramente si traducono in servizi per i più poveri — né
per i tunisini, né per i migranti subsahariani. Il risultato? Un circolo
vizioso: nessuna prospettiva locale, nessun sostegno reale, nuova
disperazione, nuovi tentativi di fuga.
Allora, cosa
possiamo chiedere davvero alle nostre istituzioni — Consolato, Com.It.Es., AIRE
— se non vogliamo limitarci a gesti simbolici?
- Trasparenza: esigere che i fondi europei destinati alla
Tunisia siano tracciabili, pubblici, e verificabili da osservatori
indipendenti;
- Sostegno diretto: promuovere canali che aggirino la
burocrazia e finanzino associazioni tunisine indipendenti,
cooperative di giovani, centri di formazione professionale, cliniche
comunitarie;
- Pressione politica concreta: chiedere all’Italia di usare il
proprio peso diplomatico non per blindare i confini, ma per promuovere politiche
di sviluppo comune — in cui il sostegno ai diritti in Tunisia e in
Africa non sia separato dal rafforzamento dei diritti in Italia.
Non si tratta di scegliere tra “aiutare i migranti” o “aiutare gli italiani”, ma di rifiutare un sistema che scarica la crisi sui più deboli da entrambe le parti del Mediterraneo. In Italia, servono migliori servizi, lavoro dignitoso, welfare. In Tunisia, servono opportunità reali, non solo centri di detenzione finanziati dall’UE.
La vera solidarietà non è carità transfrontaliera: è costruire insieme un modello in cui nessuno sia costretto a fuggire per sopravvivere — né a sud, né a nord del mare. - Solidarietà pratica: collaborare con reti locali che già
operano — spesso in silenzio — per offrire cibo, alloggio, assistenza
legale, senza paternalismi.
Perché senza opportunità
reali, ogni couscous, ogni sogno europeo, ogni “straccio usato” diventa
solo un anestetico. E la marea, prima o poi, tornerà.
Conclusione:
il Mediterraneo ci tiene insieme — non ci divide
Le inondazioni a
Safi, i migranti congelati sui monti, la siccità che colpisce anche il sud
della Tunisia: non sono “notizie lontane”.
Sono segnali di un sistema che sta cedendo. E se vogliamo che questo
mare continui a essere spazio di incontro — non di morte — dobbiamo smettere di
guardarlo come una barriera e cominciare a vederlo come la nostra casa
comune.
Come dice un
attivista guineano con cui collabora l’OIM:
“Bloccare una
persona è come bloccare la marea. L’acqua troverà la sua strada.”
La domanda è:
vogliamo che scorra nella violenza dell’abbandono — o nella forza della
condivisione?
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