cronaca di un pianeta che cambia mentre l'Africa diventa il nuovo campo di battaglia tecnologico tra USA e Cina
QUANDO IL GHIACCIO SI SVEGLIA
Dall'Antartide alle spiagge della Tunisia, passando per Nairobi: cronaca di un pianeta che cambia mentre l'Africa diventa il nuovo campo di battaglia tecnologico tra USA e Cina. E la storia ci insegna a dubitare delle certezze.
Di Marco Monguzzi
Da Mahdia, Tunisia
Da Mahdia, Tunisia
MAHDIA — Sulla lunga spiaggia sabbiosa a nord della penisola, dove si ergono i grandi hotel del turismo tunisino, il mare non si limita a coprire la terra. La mangia. Centimetro dopo centimetro, stagione dopo stagione. Qui, nel Sahel tunisino, le spiagge perdono già 0,7 metri l'anno. Entro il 2050, la linea di riva potrebbe arretrare di 20-30 metri, portando le onde a lambire direttamente le fondamenta delle strutture alberghiere e della strada costiera.
Camminando verso il faro, l'odore del sale si mescola al rumore del vento che soffia da nord-est. È lo stesso vento che, millenni fa, portava le navi fenicie verso Cartagine. Oggi porta qualcosa di più inquietante: la consapevolezza che ciò che stiamo osservando non è un'erosione naturale, ma l'avanzata di un mare gonfiato dallo scioglimento dei ghiacci.
Non è fantascienza. È ciò che vedono ogni giorno gli operatori dell'APAL, l'Agence de Protection et d'Aménagement du Littoral, che la Tunisia — lungimirante — ha istituito decenni fa per monitorare le sue coste. Ma la velocità con cui l'Antartide sta perdendo ghiaccio — 270 miliardi di tonnellate all'anno — rischia di rendere obsoleti anche i piani di adattamento più sofisticati.
Per visualizzare questa massa: le riserve idriche totali della Tunisia (dighe, falde, laghi) ammontano a circa 5 miliardi di metri cubi. Ogni anno, l'Antartide perde una quantità di ghiaccio pari a 54 volte tutte le riserve d'acqua della Tunisia (stima comparativa basata sui volumi consolidati). E questo non è un evento eccezionale: è la nuova normalità.
Il paradosso dei poli
Mentre il Sud del mondo si scioglie, il Nord registra segnali contraddittori. A febbraio, lo spessore del ghiaccio marino vicino a Capo Chelyuskin, nella penisola di Taimyr, ha raggiunto i 145 centimetri: il livello più alto dal 2020. Nel Golfo di Finlandia, l'80% della superficie è coperta da ghiaccio spesso fino a mezzo metro, una situazione classificata come "moderatamente grave" per la prima volta in quindici anni.
Gli scienziati della stazione idrometeorologica E.K. Fedorov spiegano che si tratta di variazioni naturali nel contesto di un trend di lungo periodo orientato al decremento. Ma per chi vive sulle coste del Mediterraneo, queste oscillazioni annuali offrono poco conforto.
Nairobi sotto acqua: quando il flusso diventa furia
Mentre i poli si trasformano lentamente, l'equatore risponde con violenza improvvisa. Nella notte tra venerdì e sabato, Nairobi è finita sott'acqua. Piogge torrenziali hanno trasformato le arterie principali della capitale keniana in fiumi in piena, causando almeno 23 vittime, travolgendo decine di veicoli e paralizzando il principale aeroporto dell'Africa orientale.
Le immagini che arrivano dalle baraccopoli come dalle zone residenziali esclusive di Parklands mostrano la stessa devastazione: case allagate, strade distrutte, squadre di soccorso che estraggono corpi dalle acque fangose.
Chi conosce il Kenya — come chi scrive, che vi ha operato più volte, in particolare a Malindi — sa che oltre queste cronache di emergenza c'è un Paese dalla straordinaria resilienza, dall'ospitalità leggendaria. Ma la resilienza ha dei limiti quando gli eventi estremi diventano la norma.
Il flusso dell'acqua e il flusso dei dati
MA C'È UN ALTRO TIPO DI FLUSSO che attraversa l'Africa oggi. Non è l'acqua che inonda Nairobi o che erode Mahdia. È un flusso invisibile, digitale, che scorre attraverso cavi sottomarini e torri di trasmissione: dati. Milioni di gigabyte che viaggiano ogni secondo, portando con sé non solo informazioni, ma potere, influenza, controllo.
E proprio qui, in questo intreccio tra acqua e dati, tra distruzione climatica e opportunità tecnologica, si consuma il paradosso africano del XXI secolo.
Mentre Nairobi estrae corpi dalle acque alluvionali, nella stessa città — e a Lagos, a Kigali, a Casablanca — migliaia di giovani africani istruiti lavorano nei data labeling hubs: fabbriche digitali dove annotano immagini, trascrivono audio, classificano contenuti per addestrare gli algoritmi dell'intelligenza artificiale americana e cinese.
È una dissonanza crudele: mentre le strade affondano nel fango e l'odore di acqua stagnante permea i quartieri bassi, a pochi chilometri di distanza, in uffici climatizzati dall'aria filtrata, la stessa città fornisce il carburante intellettuale per il futuro del mondo. Questi lavoratori guadagnano pochi dollari all'ora. Riconoscono semafori per le auto a guida autonoma della Silicon Valley. Identificano volti per i sistemi di sorveglianza cinesi. Trascrivono dialoghi per gli assistenti vocali che parlano inglese, mandarino, francese. Ma raramente vedono algoritmi addestrati sulle loro lingue, sulle loro realtà, sulle loro esigenze.
IL PARADOSSO
L'Africa forma l'IA del futuro, ma non ne possiede sempre il futuro. Migliaia di giovani istruiti preparano il terreno digitale per le superpotenze, mentre i loro paesi affrontano inondazioni, siccità, erosione costiera — le conseguenze di un cambiamento climatico che non hanno causato.
Tuttavia, il quadro non è unicamente passivo. Accanto a questa manodopera digitale, nascono le prime startup locali che cercano di addestrare modelli sulle lingue africane, reclamando una sovranità digitale spesso ignorata dai giganti esteri.
Cina e Stati Uniti lo hanno capito: con una popolazione destinata a raddoppiare entro il 2050, oltre 500 milioni di nuovi utenti Internet previsti entro il 2030 e una diversità linguistica senza eguali, l'Africa non è solo un mercato emergente. È il laboratorio dove si giocherà la prossima fase dell'adozione globale dell'IA.
L'ANALISI
"Il continente africano è in realtà il luogo in cui si registrerà la maggiore crescita economica in futuro, basandosi esclusivamente sulla demografia", spiegano gli analisti. Le decisioni prese oggi su infrastrutture, piattaforme e governance dei dati plasmeranno i mercati tecnologici emergenti per decenni.
In parallelo, si osserva un consolidamento monetario in alcuni Paesi africani, mentre i mercati globali — nervosi per le tensioni geopolitiche — vedono il franco svizzero rimbalzare come bene rifugio e il dollaro e l'euro oscillare violentemente.
Gli amanuensi del XXI secolo
IN QUESTO CONTESTO di incertezze multiple — climatiche, tecnologiche, geopolitiche — vale la pena recuperare una lezione di storia antica. Mentre l'attenzione mediatica oscilla tra il conflitto in Europa e le tensioni tra Iran e Israele, la risposta più lucida potrebbe arrivare da una Sparta di duemilacinquecento anni fa.
Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, inviò un messaggio minaccioso agli Spartani: "Se invaderò la Laconia, vi spazzerò via". La risposta degli Efori fu una sola parola: "Se". Filippo non invase mai la Laconia.
Qualche anno dopo, alle Termopili, quando un alleato terrorizzato osservò che le frecce persiane erano così numerose da oscurare il sole, il soldato spartano Dienekes rispose: "Bene, allora combatteremo all'ombra".
LA PROSPETTIVA STORICA
La Persia non era una potenza qualsiasi: governava circa il 44% della popolazione mondiale dell'epoca, una percentuale mai più raggiunta da nessun impero. Eppure, ciò che sappiamo di quelle battaglie ci arriva attraverso copie medievali, trascritte da amanuensi bizantini e monaci europei che selezionarono e interpretarono i manoscritti originali. Senza quel "taglia e cuci" letterario, oggi delle Termopili sapremmo poco più di nulla.
Ma c'è un parallelo inquietante tra quegli amanuensi medievali e gli algoritmi che governano la nostra percezione oggi.
I monaci selezionavano cosa tramandare in base alla fede, alla dottrina, al potere dei loro committenti. Gli algoritmi dei social media selezionano cosa mostrarci in base all'engagement, alla polarizzazione, alla capacità di generare click.
Entrambi creano una "realtà filtrata". Entrambi decidono cosa merita di essere ricordato e cosa deve essere dimenticato. Entrambi plasmano la percezione del presente e la memoria del passato.
LA RIFLESSIONE
Oggi conosciamo dei conflitti principalmente la "parte scenica", esposta secondo interessi strategici ed emozionali. La sostanza storica e geopolitica rimane nascosta, trasmessa attraverso filtri che ne alterano la percezione. Come i manoscritti medievali, le notizie che ci raggiungono sono il risultato di selezione, interpretazione, omissione.
Epilogo: l'arte del condizionale
MAHDIA, TUNISIA — Il vento è calato. Dal faro, la luce inizia a lampeggiare mentre il sole tramonta sul Mediterraneo. Tra poco, l'odore del sale lascerà il posto all'odore della cena che si prepara nelle case della medina. La vita continua, come ha sempre fatto.
Ma resta una domanda aperta. Molti di noi non vedranno come si concluderà l'attuale riassetto geopolitico globale. Non sapranno se le spiagge del Sahel tunisino saranno ancora lì tra cinquant'anni, se l'Africa riuscirà a negoziare la propria sovranità digitale nella competizione tra superpotenze, se la storia delle Termopili verrà ricordata per la resilienza o per l'inutilità del sacrificio.
Ma il "se" spartano rimane un monito metodologico prezioso: non dare per scontata l'inevitabilità degli eventi; mantenere la capacità di giudizio critico di fronte alla retorica della forza; ricordare che la storia si scrive anche attraverso ciò che viene taciuto.
In un'epoca di algoritmi predittivi e scenari probabilistici, forse la più rivoluzionaria delle intelligenze rimane quella che sa sospendere il giudizio, accogliere l'incertezza e interrogare il condizionale.
"Se". Una sola parola. Sufficiente a ribaltare la narrazione del destino.
FONTI E APPROFONDIMENTI
• Shepherd et al., Mass balance of the Antarctic Ice Sheet, Nature, 2023
• APAL, Rapport annuel sur l'état du littoral tunisien, 2024
• African Union Digital Transformation Strategy, 2025
• Erodoto, Storie, VII, 226; Plutarco, Apophthegmata Laconica
• meteo.go.ke (servizio meteorologico keniano)
• Ricerche su data labeling hubs: The AI Workers of Africa, MIT Technology Review, 2025
• APAL, Rapport annuel sur l'état du littoral tunisien, 2024
• African Union Digital Transformation Strategy, 2025
• Erodoto, Storie, VII, 226; Plutarco, Apophthegmata Laconica
• meteo.go.ke (servizio meteorologico keniano)
• Ricerche su data labeling hubs: The AI Workers of Africa, MIT Technology Review, 2025
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