La pace come eccezione: quando il sistema normalizza la guerra

 La pace come eccezione: quando il sistema normalizza la guerra

 Di –mm–, Capo Africa - Mahdia (Tunisia), Gennaio 2026 – EuroExpat Hub

Nota redazionale
Questo articolo fa seguito agli “Avvisi Marittimi Straordinari” pubblicati il

in forma di allegoria geopolitica ispirata ai codici del Settecento marittimo.


Cappello introduttivo: Il diritto della potenza, la guerra senza nome

La neutralità oggi non è più un trattato firmato, ma una forma di resistenza politica e cognitiva.

Oggi, 11 gennaio 2026, mentre droni statunitensi colpiscono obiettivi in Siria — ufficialmente per “neutralizzare cellule iraniane”, in realtà per riaffermare un controllo strategico vacillante — e Teheran annuncia l’espulsione degli ispettori dell’AIEA in risposta alle sanzioni occidentali sul petrolio, il mondo sembra sospeso tra due epoche: quella del diritto internazionale e quella del diritto imperiale.

Non si tratta più di guerre dichiarate, ma di operazioni “giudiziarie”: navi sequestrate in alto mare su mandato di un tribunale federale di Houston; petroliere rese “fuorilegge” perché trasportano oro nero da un regime sgradito; equipaggi minacciati di carcere negli USA per aver obbedito a una bandiera straniera. Come ha detto il Segretario alla Difesa Pete Hegseth:

«Sarà consentito solo il commercio di energia legittimo e legale — come stabilito dagli Stati Uniti».

Qui si compie ciò che Carl Schmitt aveva previsto con lucidità glaciale: «Il concetto specifico del politico si fonda sulla distinzione tra amico e nemico». Ma oggi il nemico non è più lo Stato avversario sul campo di battaglia: è chiunque violi l’ordine morale e commerciale definito unilateralmente dal potere egemone. La guerra non è più tra eserciti, ma tra interpretazioni del diritto — e vince chi ha i cacciatorpediniere.

Nel frattempo, Hannah Arendt ci ammonirebbe: la violenza non è mai strumento della politica, ma ne è la negazione. Eppure, assistiamo a una burocratizzazione della forza: ogni abbordaggio è “legalizzato”, ogni sanzione è “multilaterale” (anche quando imposta da un solo Paese), ogni intervento è “umanitario”. È qui che Michel Foucault diventa essenziale: il potere non agisce più solo attraverso la spada, ma attraverso reti capillari di controllo — satelliti, banche dati, liste di sanzioni, codici SWIFT, tribunali extraterritoriali. La guerra è ovunque, proprio perché sembra essere da nessuna parte.

In questo scenario, il nostro recente “Avviso Marittimo Straordinario” non era finzione, ma diagnosi. La Lettera di Marca” — quel documento settecentesco che trasformava il corsaro in soldato legittimo — trova oggi il suo analogo nella sentenza di un tribunale federale USA che autorizza il sequestro di una nave in acque internazionali. La differenza? Un tempo la Lettera veniva concessa da un sovrano riconosciuto; oggi, la legittimità viene auto-attribuita da chi controlla i mari, i cieli e i server.

E così, mentre il Mediterraneo diventa teatro di attacchi ucraini a petroliere russe e il Venezuela è scosso da raid segreti per catturare Maduro, la pace non è più la norma, ma l’eccezione — custodita solo da quei pochi Stati che, per scelta costituzionale, hanno rinunciato alla guerra come strumento di Stato. Essi non sono arretrati: sono specchi. Ci mostrano quanto siamo immersi in una guerra permanente che non osa dire il proprio nome.

La pace come eccezione: quando il sistema normalizza la guerra

Se solo una manciata di nazioni — Costa Rica, Panama, Mauritius, alcuni piccoli Stati insulari — riesce a mantenere una posizione di non coinvolgimento strutturale nei conflitti, non possiamo affermare che tutti gli altri siano “in guerra” nel senso tradizionale. Ma possiamo — anzi, dobbiamo — riconoscere che tutti gli altri sono immersi in un sistema che ha assorbito la guerra come funzione ordinaria: non più evento straordinario, ma strumento di politica, economia e perfino giustizia.

L’esempio più eloquente arriva dal Nord Atlantico, gennaio 2026.
Una petroliera, inizialmente battezzata 
Bella 1, fugge da un blocco navale statunitense al largo del Venezuela. Cambia nome (Marinera), bandiera (da guyanese a russa) e persino identità visiva, dipingendo il tricolore russo sullo scafo. Per settimane, viene inseguita da un cutter della Guardia Costiera, sorvegliata da aerei da ricognizione, supportata — o contrastata — da basi aeree europee. Alla fine, viene abbordata non da pirati, né da soldati ribelli, ma da forze statunitensi agendo su mandato di un tribunale federale.

Qui si compie un passaggio epocale:
la guerra non dichiarata si veste di legalità.

Il sequestro avviene “in base a un ordine giudiziario”, ma è eseguito da unità speciali, cacciatorpediniere lanciamissili (USS BulkeleyUSS Paul Ignatius) e aerei da guerra. Il Regno Unito fornisce sorveglianza; la NATO nega coinvolgimento diretto, pur monitorando la “flotta oscura”. La Russia protesta, ma non interviene militarmente. Intanto, un’altra nave — la M/T Sophia — viene catturata nei Caraibi con la stessa formula: “attività illecite”, “blocco navale”, “commercio illegittimo”.

Chi decide cosa è “legittimo”?
Gli Stati Uniti. Unilateralmente.

Come dichiara il Segretario alla Difesa Pete Hegseth:

Only legitimate and lawful energy commerce — as determined by the US — will be permitted.”

Questa frase racchiude l’essenza del nuovo ordine: la sovranità del diritto è subordinata alla potenza militare. Non è più il consenso tra Stati a definire il commercio legale, ma la capacità di far rispettare una propria interpretazione del diritto con navi, droni e tribunali nazionali.

Tre pilastri della militarizzazione sistemica

  1. Interdipendenza tecnologica come partecipazione indiretta
    Oggi, chi fornisce dati satellitari, server cloud per intelligence, software di sorveglianza o persino chip per sistemi d’arma è parte integrante del ciclo bellico. La guerra non richiede più solo cannoni, ma codice, banda larga e banche dati. La neutralità tecnologica è un’illusione.

  2. La fine della neutralità classica
    La Svizzera, per secoli simbolo di imparzialità, oggi aderisce quasi integralmente alle sanzioni occidentali. L’Austria, la Svezia, l’Irlanda — pur formalmente neutrali — collaborano con strutture di difesa europee o NATO. La neutralità non è più uno status giuridico, ma una concessione temporanea all’interno di un blocco egemonico.

  3. La giurisdizione come arma
    Il caso 
    Marinera dimostra che il diritto nazionale può diventare strumento di coercizione globale. Un tribunale federale USA emette un mandato; una nave in acque internazionali viene sequestrata; l’equipaggio rischia il carcere negli USA. Questo non è diritto internazionale: è diritto imperiale.

I pochi demilitarizzati come “lenti morali”

In questo contesto, i pochi Stati che hanno abolito l’esercito — non per debolezza, ma per scelta costituzionale — diventano lenti d’ingrandimento etiche. Ci mostrano che un’alternativa esiste: la sicurezza fondata sulla cooperazione civile, sulla diplomazia, sulla rinuncia esplicita alla violenza organizzata.

Ma proprio perché tale alternativa è così rara, appare utopica. Eppure, è proprio l’utopia che rivela la natura del reale. Se la pace deve essere difesa come eccezione, significa che viviamo in un’epoca di guerra permanente mascherata da ordine.

Lo spazio “fuori dal conflitto” non è più geografico — nessun mare è neutrale, nessun cielo è libero. È sistemico: richiede una rottura consapevole con logiche di potere, controllo e gerarchia che oggi attraversano ogni dimensione della vita collettiva.

E forse, proprio per questo, va difeso — non come nostalgia, ma come atto di resistenza cognitiva e politica.

Conclusione: Prima che il silenzio diventi obbligo

Ci raccontano che non siamo in guerra. Eppure, ogni giorno assistiamo a operazioni militari giustificate da tribunali nazionali, a sanzioni che strangolano intere popolazioni, a navi sequestrate in alto mare come fossero bottino di battaglia, a droni che colpiscono a migliaia di chilometri di distanza, a governi rovesciati con raid segreti — come quello che ha portato all’arresto di Maduro a Caracas, sostenuto da oltre 150 aerei militari.

Non c’è dichiarazione di guerra, ma c’è una campagna globale di coercizione permanente. E in questo clima, chi osa chiedere trasparenza — sulle basi segrete, sulle liste nere, sulle “flotte oscure”, sulle definizioni arbitrarie di “commercio legittimo” — rischia di essere etichettato non come critico, ma come collaboratore del nemico.

Già oggi, in diversi Paesi, chi denuncia collusioni tra potere economico e militare viene sorvegliato, diffamato, talvolta processato. Non con le leggi di guerra — quelle sarebbero quasi più oneste — ma con strumenti ibridi: accuse di “minaccia alla sicurezza nazionale”, divieti di viaggio, congelamento di conti, espulsioni amministrative.

Qui si compie ciò che Carl Schmitt teorizzò e Giorgio Agamben denunciò: lo stato d’eccezione come paradigma di governo. La guerra non dichiarata diventa la norma; l’emergenza, la struttura permanente. Il diritto non scompare — viene piegato, esteso, reso arma di controllo. Il tribunale federale che autorizza il sequestro della Marinera in acque internazionali non è un’anomalia: è il sintomo di un sistema in cui la legge serve a legittimare la forza, non a limitarla.

E questa forza non agisce solo con cannoni, ma con occhi digitali. Come insegnava Michel Foucault, il potere moderno non si impone con la violenza spettacolare, ma con la sorveglianza capillare. Oggi, quegli occhi sono satelliti, algoritmi di tracciamento finanziario, database biometrici, intelligenza artificiale che classifica “rischi” in tempo reale. I dissidenti non vengono più solo arrestati: vengono prevenuti. Le loro parole vengono filtrate, i loro contatti mappati, le loro reti neutralizzate prima ancora che agiscano. La censura non è più un editto: è un’architettura invisibile.

In questo contesto, la responsabilità degli intellettuali — di chiunque pensi criticamente — non è un lusso, ma un dovere. Hannah Arendt ci ricordava che “pensare è agire”: non nel senso di gridare slogan, ma nel senso di resistere alla banalità del consenso, di rifiutare di accettare come “normale” ciò che è ingiusto.

Ricordiamo le guerre mondiali del Novecento non solo per i cannoni, ma per ciò che venne prima: la normalizzazione del sospetto, la criminalizzazione del dissenso, l’obbligo di schierarsi. Chi non partecipava al consenso nazionale veniva arrestato dai gendarmi, non per aver combattuto, ma per non aver applaudito.

Siamo ancora in tempo per resistere?
Forse sì — ma solo se riconosciamo che 
la guerra non comincia con la prima bomba, ma con la prima verità che non si può più dire.

I pochi Stati demilitarizzati — Costa Rica, Panama, Mauritius — non sono reliquie di un passato ingenuo. Sono anticorpi. Ci ricordano che un mondo senza guerra non è un sogno, ma una scelta politica possibile.

La domanda non è più “siamo in guerra?”, ma: quanto a lungo potremo continuare a porci questa domanda — apertamente, senza paura — prima che qualcuno decida che la risposta è “sovversiva”?

E se quel momento è già arrivato, allora pensare — davvero pensare — è l’ultimo atto di libertà che ci resta.

Se andiamo verso un sistema che normalizza la coercizione, il semplice atto di analizzare i fatti senza schierarsi diventa un atto sovversivo.

-mm-

Commenti