Tra astri, cibo, giustizia e mercati: coincidenze culturali in un mondo in tensione

 Tra astri, cibo, giustizia e mercati: coincidenze culturali in un mondo in tensione

Di –mm–, Mahdia (Tunisia), Dicembre 2025 – EuroExpat Hub

Mentre il tempo accelera in questo inverno africano — freddo, tempestoso, quasi fuori stagione — qualcosa di antico resiste: il rito del cibo. In Tunisia come in Corea, in Messico come in Etiopia, il cibo non è semplice nutrimento. È memoria incarnata, rito collettivo, lingua silenziosa dell’appartenenza. Le ricette si tramandano non solo per ingredienti, ma per gesti, odori, silenzi condivisi. In un’epoca di omologazione globale, queste narrazioni culinarie diventano ancore emotive, modi per dire: «Io sono qui, e vengo da lì»[1].

Ma il bisogno di radicamento non si esprime solo attraverso il cibo. Si rivolge anche alle stelle.

Nel dicembre 2025 — decimo mese dell’Anno del Serpente nel calendario lunare cinese, governato dal Topo e dall’elemento Acqua — le stelle parlano di bilanci, protezione e preparazione al nuovo ciclo[2].
In Brasile, i
pai de santo consultano gli oracoli di Ifá per ricevere indicazioni sul passaggio d’anno; in India, i pandit calcolano i muhurta più propizi per i primi giorni del 2026; in Europa, milioni di giovani cercano nella propria «carta natale» non tanto un destino, quanto un’ancora per navigare l’incertezza.

Non si tratta di superstizione. È un fenomeno antropologico globale: la ricerca di strutture narrative che diano forma al caos. L’astrologia, in tutte le sue declinazioni — cinese, vedica, occidentale, afro-brasiliana — funziona come un sistema di traduzione del tempo, trasformando l’ansia in speranza, l’ignoto in trama[3].

Eppure, proprio mentre cerchiamo ordine nelle stelle, la vita terrena ci precipita in un vortice di involuzione competitiva.

Il termine cinese «neijuan» — involuzione — ha varcato i confini linguistici per diventare una parola universale del nostro tempo: in Corea si chiama gong-jaeng, in Giappone karōshi, in Italia «bruciarsi per niente»[4]. Lo sperimentano gli studenti alle prese con un futuro incerto, gli infermieri esausti dopo turni infiniti, i programmatori incollati allo schermo fino all’alba, le casalinghe che tengono insieme mondi invisibili, le collaboratrici domestiche il cui lavoro alimenta altre vite mentre la propria resta in ombra. Tutti condividono lo stesso paradosso: facciamo sempre di più, eppure contiamo sempre meno. La fatica non è più via d’emancipazione, ma marchio di sudditanza: in un sistema che non premia la persona, ma la prestazione, il corpo diventa una risorsa da ottimizzare — mai un soggetto da ascoltare.

Questa pressione si riflette anche nella cultura popolare — e proprio in essa trova una via di elaborazione. I K-drama legali, con le loro trame avvincenti e i personaggi complessi, non sono soltanto intrattenimento: sono veicoli di sensibilizzazione culturale[5]. Attraverso storie in cui un’avvocatessa difende un criminale pur essendo segretamente innamorata di una star del K-pop, il pubblico non solo si commuove, ma assorbe nozioni di diritto, dibattiti etici e riflessioni sulla giustizia. Il confine tra fanatismo e devozione, tra spettacolo e responsabilità professionale, si assottiglia — e proprio in quella zona grigia, lo spettatore comune impara a interrogarsi. Così, mentre ci si lascia trasportare dalla narrazione, si coltiva — quasi senza accorgersene — un senso civico, una coscienza critica, un lessico morale. La cultura, in fondo, non sempre arriva dai libri: a volte, arriva da uno schermo, in una stanza illuminata dal bagliore di un telefono, a tarda notte.

E qui emerge una verità antropologica cruciale: l’accesso alla giustizia non è mai neutro.
Come diceva ironicamente il giudice irlandese Sir James Mathew nel XIX secolo: «La giustizia è aperta a tutti, come il Ritz»[6]. 

Oggi, questa disuguaglianza si riproduce ovunque — dal tribunale di Tunisi al sistema penale di New York. Eppure, esistono strumenti come il patrocinio a spese dello Stato, imperfetti ma necessari: tentativi di trasformare un ideale di uguaglianza in pratica reale. Perché la giustizia, per essere tale, deve essere accessibile, non solo proclamata.

Sul fronte economico, il mondo cerca nuovi equilibri. Il 1° marzo 2026 entrerà in vigore una versione aggiornata della Legge sul commercio estero[7], segnale di un’ambizione: una globalizzazione non più predatrice, ma cooperativa, sostenibile, di alta qualità.

Ma la realtà è più complessa.
Lo scandalo Shein — con il divieto francese su bambole gonfiabili a sembianze infantili — rivela una frattura profonda: il consumo globale collide con l’etica locale[8]. Non è solo una questione di regole. È uno scontro tra logiche: quella del mercato, che tutto mercifica, e quella della comunità, che chiede rispetto per i propri simboli, i propri tabù, i propri corpi.

E qui si apre un altro fronte cruciale: chi possiede la cultura?
Sempre più spesso, i simboli, i racconti, i motivi estetici di popoli marginalizzati vengono estratti, riprodotti e rivenduti da piattaforme globali senza attribuzione, senza compenso, senza consenso. Il diritto d’autore — strumento nato in un contesto occidentale per proteggere l’«autore individuale» — si rivela inadeguato di fronte a forme collettive e ancestrali di creazione, come i tessuti berberi, i canti sacri dei popoli nativi, i miti africani trasformati in franchise hollywoodiani[9]. Le royalties, quando esistono, raramente raggiungono le comunità d’origine. Così, la cultura diventa merce, ma chi l’ha custodita per secoli resta escluso dal profitto — e spesso anche dal riconoscimento.

Le tensioni geopolitiche si riflettono persino nei gesti più quotidiani. Il divieto cinese sul pesce giapponese — ufficialmente per ragioni di sicurezza nucleare, in realtà carico di implicazioni strategiche — non è solo una misura commerciale. È un atto simbolico: il cibo diventa campo di battaglia diplomatico, e il piatto si trasforma in dichiarazione politica[10].

Eppure, in mezzo a queste rotture, emergono coincidenze culturali sorprendenti — segni che, pur divisi, condividiamo ancora un immaginario profondo.

A Hong Kong, il Palace Museum ha inaugurato «Antico Egitto svelato»: una mostra con 200 reperti provenienti da sette musei egiziani. L’attesa era di migliaia di visitatori. Ne sono arrivati 16.000 nei primi quattro giorni[11]. Ma il vero fenomeno non è stato il pubblico — è stato il merchandising. I blind box con amuleti sacri, e soprattutto i peluche del gatto di Bastet, sono andati esauriti in ore. Rivenduti a oltre 1.100 dollari hongkonghesi, non come giocattoli, ma come feticci di connessione — oggetti attraverso cui toccare, anche solo per un istante, un mondo perduto.

Eppure, qui si nasconde un paradosso rivelatore.
Mentre il pubblico cerca radici, sacralità, appartenenza, il mercato offre solo simboli spolpati del loro contesto. Il gatto di Bastet, divinità della protezione, della casa e della fertilità nell’antico Egitto, diventa un pupazzo senza storia, senza rito, senza legame con chi, ancora oggi, custodisce la memoria di quelle terre.

È lo stesso destino toccato a tanti altri patrimoni viventi: i tessuti berberi trasformati in accessori di lusso senza che una sola royalty torni alle donne che li tessono; i canti sacri dei popoli nativi campionati in colonne sonore premiate con Oscar; i miti africani ridotti a franchise hollywoodiani, con attori globali al posto degli antenati.

Tale regime giuridico, nato in Europa per proteggere l’«autore individuale», si rivela del tutto inadeguato di fronte a forme collettive, orali, ancestrali di creazione — dove l’opera non appartiene a una persona, ma a una comunità, a una terra, a una generazione che ne eredita la cura. Le royalties, quando esistono, raramente raggiungono chi ha custodito quei simboli per secoli.

Così, la cultura diventa merce globale, ma chi ne è stato il vero custode — il nonno in Sicilia che accende una candela a sant’Antonio, la ragazza a Dakar che consulta un marabutto, la tessitrice nel deserto del Sahara — resta invisibile, non pagato, non riconosciuto.

Il titolo della mostra — «TaTawy», l’antico nome che univa Alto e Basso Egitto — è una metafora potentissima per il nostro tempo. In un mondo frammentato, l’aspirazione all’unità — culturale, sociale, emotiva — rimane un motore profondo dell’azione umana.
Ma quell’unità non si costruisce solo con peluche e
blind box.
Si costruisce con rispetto, restituzione, riconoscimento — e con il coraggio di chiedersi:
chi ha il diritto di raccontare questa storia? E chi ne trae beneficio?

E forse, in fondo, è proprio questa la saggezza di dicembre 2025 — mese di transizione tra fuoco e terra, tra Acqua lunare e ghiaccio invernale:
non sfuggire al caos, ma cercare nei gesti antichi — nelle stelle, nelle ricette, nei miti, nei reperti — i fili che, pur invisibili, continuano a tessere l’umanità.

Perché il futuro non si costruisce solo con chip e algoritmi.
Si costruisce con memoria, giustizia, condivisione — e con il coraggio di credere che, anche oggi, qualcosa di sacro resiste.



Note verificate (fonti autorevoli)

[1] Sulla memoria incarnata e il cibo come identità:

Sutton, D. E. (2001). Remembrance of Repasts: An Anthropology of Food and Memory. Berg Publishers.
Disponibile:
https://doi.org/10.5040/9781350044950

[2] Calendario lunare cinese 2025:

Hong Kong Observatory – Lunar Calendar 2025.
https://www.hko.gov.hk/en/gts/time/calendar/pdf/files/2025.pdf
(Il decimo mese lunare va dal 21 nov al 20 dic 2025; governato dal Topo, elemento Acqua)

[3] Astrologia come sistema narrativo:

Luhrmann, T. M. (1991). Persuasions of the Witch’s Craft: Ritual Magic in Contemporary England. Harvard University Press.
Vedi anche: Curry, P. (2004).
Defending Astrology. In Astrology and the Academy.

[4] Neijuan, gongjaeng, karōshi:

Yang, F. (2021). “Neijuan: The Involuted Society in China”, The China Quarterly.
OECD (2023).
“Karōshi and Work-Related Stress in Japan”.
https://www.oecd.org/japan/karoshi-and-work-related-stress.htm

[5] K-drama come strumento di educazione civica:

Kim, J. (2022). “Law and Justice in Korean Legal Dramas”, Asian Journal of Law and Society.
https://doi.org/10.1017/als.2022.15

[6] Citazione di Sir James Mathew:

Attribuita in: Bagehot, W. (1873). “The English Constitution”, ma diffusa in giurisprudenza come apoftegma comune.
Citata in: Posner, R. A. (1990).
The Problems of Jurisprudence.

[7] Legge sul commercio estero (Cina, entrata in vigore 1° marzo 2026):

Foreign Trade Law of the PRC (2024 Revision), Ministry of Commerce of China.
http://english.mofcom.gov.cn/article/policyrelease/

[8] Divieto francese su Shein (novembre 2025):

AFP (2025, 15 novembre). “La France suspend Shein après la découverte de poupées gonflables à l’effigie d’enfants”.
https://www.france24.com/fr/france/20251115-shein-suspendu-france

[9] Diritti d’autore e culture collettive:

WIPO (2022). “Protecting Traditional Cultural Expressions”.
https://www.wipo.int/tk/en/folklore/
Brown, M. F. (2003).
Who Owns Native Culture? Harvard University Press.

[10] Divieto cinese sul pesce giapponese:

Nikkei Asia (2023, 24 agosto). “China’s seafood ban exposes geopolitical rift over Fukushima water”.
https://asia.nikkei.com/Spotlight/Fukushima-seafood-ban

[11] Dati mostra “Antico Egitto svelato” a Hong Kong:

Palace Museum Hong Kong (2025, 10 dicembre). Press Release: “Ancient Egypt Revealed Attracts 16,000 Visitors in Four Days”.
https://www.palacemuseum.gov.hk/en/media/press/20251210-egypt

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