L’Europa chiude le frontiere, la Tunisia rischia di scoppiare

 L’Europa chiude le frontiere, la Tunisia rischia di scoppiare

Di –mm–, Mahdia (Tunisia), Dicembre 2025 – EuroExpat Hub

Nella notte tra l’8 e il 9 dicembre 2025, a Bruxelles si è brindato a un “nuovo equilibrio” sulle migrazioni. A Tunisi, nessuno ha brindato. Ma nemmeno si è disperato. Perché qui, da tempo, si sa: el-7al yji men yedek — la soluzione viene dalle tue mani. E intanto si va avanti.

Il Consiglio dell’Unione europea ha appena approvato una svolta epocale: meno accoglienza, più rimpatri, e una crescente delega ai paesi terzi per gestire ciò che l’UE non vuole più vedere. Ma se per Bruxelles si tratta di un successo burocratico, per la Tunisia è l’ennesimo peso che si aggiunge a un fardello già insostenibile. Eppure, come sempre, la gente resiste. Non con gridi, ma con dignità. Con pragmatismo. Con quel fatalismo lucido che da queste parti si chiama el-wa3i3iyya — il realismo.

Al cuore del nuovo Patto europeo c’è un meccanismo interno: chi non accoglie, paga. Ma perché funzioni, gli arrivi devono sparire. E così, il vuoto si riempie di pressioni su chi sta a sud del Mediterraneo. La Tunisia, un tempo partner strategico, ora rischia di diventare il deposito di scarto di un continente che preferisce non guardare.

Rimpatri “automatici”, ma non silenziosi

L’inserimento della Tunisia nella lista UE dei “Paesi di origine sicuri” è una sentenza per tanti giovani. D’ora in poi, ogni richiesta d’asilo sarà rigettata quasi automaticamente. Il sogno europeo, per molti, finisce in un centro di trattenimento, con un volo di ritorno prenotato d’ufficio.

Eppure, a bordo di quegli aerei, non c’è solo sconfitta. C’è anche chi torna con nuove competenze, chi ha imparato una lingua, chi ha visto come funziona un ospedale o un sistema di trasporti. E sogna, non di partire di nuovo, ma di cambiare qualcosa qui. «Se l’Europa non mi vuole, forse è il momento di costruire qualcosa in Tunisia», dice Ahmed, 28 anni, tornato da Barcellona la settimana scorsa. Non è eroismo. È semplicemente la vita che continua.

“Non saremo il cortile di nessuno”

L’UE spinge per replicare in Tunisia il modello degli “hub di espulsione” già sperimentati in Albania. Ma il ministro degli Affari Esteri Mohamed Ali Nafti ha tracciato una linea chiara:

«La Tunisia non diventerà un campo profughi né un centro di detenzione per conto terzi».

È una posizione di principio, certo. Ma anche una difesa della sovranità nazionale in un momento in cui il paese sembra sempre più trattato come un’appendice amministrativa dell’Europa. E in strada, tra chi lavora, chi protesta, chi sopravvive, si ripete un vecchio detto: Ma n7ebbish n7akmou el-7al, wala n7ebou ikounou el-7al y7akmou 3alina — “Non vogliamo che altri decidano per noi, né che il caos decida al posto nostro”.

Soldi, sì — ma a quale prezzo?

L’UE offre centinaia di milioni per trasformare la Guardia Nazionale tunisina in un corpo di frontiera europeo. Già nel 2025, Tunisi ha rimpatriato circa 10.000 migranti subsahariani con fondi UE-OIM. Ma “volontario” non sempre significa “libero”. Eppure, anche qui, emerge una logica di sopravvivenza condivisa: alcune associazioni locali, con pochi mezzi, offrono cibo, orientamento legale, persino corsi di arabo a chi è bloccato nel sud. Non per ideologia, ma perché, come dicono a Djerba, el-bes elly yji yekhou el-wa7ed — “l’ospite che arriva, prende qualcuno”.

L’imbuto… e chi ci vive dentro

Sì, la Tunisia è nell’imbuto: pressione dal sud, porte chiuse a nord. Ma chi abita l’imbuto non è solo vittima. È anche testimone. È chi tiene aperto un ambulatorio a Médenine con fondi di una ONG francese. È il pescatore di Zarzis che, pur sapendo di rischiare multe, avverte la Guardia costiera quando vede un barcone in difficoltà. È la studentessa di Sfax che insegna francese ai ragazzi subsahariani “perché almeno qualcuno impari a raccontare la nostra storia”.

Certo, la tensione cresce. La xenofobia serpeggia. L’economia vacilla. Ma la società civile tunisina — fragile, dispersa, spesso ignorata — resiste con quell’ottimismo sobrio che non promette miracoli, ma non si arrende. Non perché crede che tutto andrà bene, ma perché non ha altra scelta se non costruire, comunque, un domani.

Conclusione: non un parafulmine, ma un ponte?

Il nuovo Patto europeo è costruito sull’esternalizzazione. Ma la Tunisia non è un magazzino. È un crocevia. Una terra che ha visto imperi cadere e navi naufragare, eppure continua a generare poesia, caffè, musica, dibattito.

Se l’UE vuole davvero una “partnership”, non può limitarsi a pagare per chiudere gli occhi. Deve riconoscere che la stabilità del Mediterraneo non si compra con i rimpatri, ma con la giustizia, lo sviluppo condiviso, e il rispetto.

E la Tunisia? Continuerà a navigare tra fatalismo e speranza, tra il mare che respinge e il deserto che attira. Non perché crede in un lieto fine, ma perché, come recita un vecchio proverbio tunisino:

“El-3a9el yemchi w yerga3… w el-bla3a temchi w ma terga3ch.”
Chi ha radici va e torna… chi è senza radici va e non torna mai.

E qui, le radici, per quanto secche, sono ancora nel suolo.

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