La Tunisia scommette su un’amnistia valutaria per salvare le riserve estere

 La Tunisia scommette su un’amnistia valutaria per salvare le riserve estere

Di –mm–, Mahdia (Tunisia), Dicembre 2025 – EuroExpat Hub

Nel centro di Tunisi, tra filiali bancarie chiuse e cambiavalute informali che operano nei vicoli di Avenue Habib Bourguiba, molti cittadini custodiscono da anni mazzi di euro o dollari fuori dal sistema finanziario. A breve, potrebbero depositarli in banca senza doverne giustificare l’origine—a patto di pagare una tassa una tantum. È la sostanza dell’articolo 98 della Legge Finanziaria 2026, attualmente all’esame del Parlamento tunisino.

La misura, se approvata nella forma attuale, consentirebbe ai residenti di aprire conti in valuta estera senza l’autorizzazione preventiva della Banca Centrale (BCT) e di versare contanti in euro o dollari senza documentazione. L’obiettivo è chiaro: attrarre liquidità estera in un momento di grave penuria di riserve. Secondo dati ufficiali, le riserve valutarie della Tunisia coprono meno di tre mesi di importazioni, mettendo a rischio l’approvvigionamento di beni essenziali come farmaci, carburante e cibo.

 

Un divario che racconta la crisi

La Tunisia vive da anni una doppia economia valutaria. Il tasso ufficiale è fissato a circa 3,3 dinari tunisini per euro, ma sul mercato parallelo la quotazione ha superato quota 5,2. Questo divario riflette la sfiducia nel sistema bancario formale e la carenza cronica di valuta pregiata. Mentre la BCT raziona i dollari per le importazioni, si stima che miliardi di euro e dollari circolino fuori dal sistema, nascosti in case o scambiati a Ben Guerdane e in altre zone di frontiera.

L’articolo 98 cerca di colmare questo abisso con un patto semplice: lo Stato rinuncia a indagare sull’origine dei fondi in cambio della loro immissione nel circuito legale. La tassa di regolarizzazione—secondo indiscrezioni—sarebbe modesta, nell’ordine del 2-5% del valore depositato.

 

Precedenti poco rassicuranti

Esperienze analoghe in altri Paesi offrono un quadro cauto. Nel 2016, l’Argentina lanciò un “blanqueo” con una tassa del 10%: i depositi in valuta crebbero temporaneamente, ma il peso perse oltre il 70% del suo valore nei due anni successivi. In Libano, un’amnistia per i conti in dollari congelati ha contribuito all’isolamento del sistema bancario internazionale, con conseguenze drammatiche per l’economia reale.

La differenza, sostengono alcuni funzionari tunisini, è che la misura proposta è limitata ai residenti e mira esclusivamente a incrementare le riserve, non a sanare il debito pubblico. Tuttavia, il rischio di distorsioni finanziarie rimane elevato.

 

Il nodo della compliance globale

Il vero punto critico non è interno, ma internazionale. Consentire depositi in valuta estera senza tracciabilità dell’origine contrasta con gli standard globali antiriciclaggio (AML) e “know your customer” (KYC). Le banche tunisine dipendono dalle cosiddette correspondent banks europee e americane per gestire pagamenti transfrontalieri. Se queste ultime considereranno i conti tunisini ad alto rischio, potrebbero interrompere le relazioni, un fenomeno noto come de-risking.

Già nel 2022, istituti come HSBC e BNP Paribas hanno smesso di elaborare transazioni con il Libano per motivi simili. Una riduzione dell’accesso al sistema finanziario globale potrebbe paralizzare le importazioni ed esportazioni tunisine, con effetti ben più gravi di quelli derivanti dalla sola scarsità di riserve.

 

Effetti collaterali sul mercato interno

L’amnistia potrebbe anche alterare equilibri economici interni. Da un lato, il settore immobiliare di lusso—soprattutto a Les Berges du Lac e Gammarth—sta già registrando un’impennata della domanda, poiché gli immobili sono visti come veicolo ideale per “parcheggiare” valuta formalizzata. Dall’altro, le piccole e medie imprese legali rischiano di trovarsi in svantaggio rispetto a concorrenti informali che, grazie all’amnistia, potranno accedere a capitali “puliti” senza subire sanzioni retroattive.

Anche la diaspora tunisina, tradizionale fonte di rimesse (oltre 2,5 miliardi di euro all’anno), potrebbe reagire con scetticismo. Se il sistema premia chi ha operato nell’informale, molti potrebbero preferire canali non tracciati, come accaduto in Pakistan dopo l’amnistia del 2019, quando le rimesse ufficiali crollarono del 15%.

 

Un’opzione di emergenza, non una riforma

Il governo presenta la misura come un atto di “realismo economico” in assenza di alternative rapide. I negoziati con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) sono fermi da mesi, in attesa di riforme strutturali che il presidente Kais Saied sembra riluttante ad attuare. L’articolo 98 offre una via d’uscita immediata: aumentare le riserve senza toccare sussidi o aumentare le tasse.

Tuttavia, gli economisti avvertono che un’amnistia valutaria non risolve le cause profonde della crisi: deficit fiscale cronico, debolezza delle esportazioni, evasione diffusa e dipendenza dalle rimesse. Al massimo, posticipa il conto.

La Banca Centrale starebbe cercando di introdurre salvaguardie, come un tetto massimo ai depositi non giustificati. Ma la pressione politica per approvare la legge entro fine anno è forte.

 

Conclusione

L’articolo 98 è una scommessa ad alto rischio. Potrebbe portare liquidità fresca nel breve termine, ma espone la Tunisia a perdite di credibilità internazionale, distorsioni di mercato e un ulteriore indebolimento del patto fiscale. La storia insegna che le amnistie valutarie raramente generano crescita sostenibile. Al più, offrono una finestra di tempo—che va usata con saggezza. La Tunisia è di fronte a una scelta cruciale: sfruttarla per avviare riforme vere, o usarla per rimandare ancora una volta il confronto con i propri squilibri strutturali.

-mm-

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