La Tunisia scommette su un’amnistia valutaria per salvare le riserve estere
La Tunisia scommette su un’amnistia valutaria per salvare le riserve estere
Nel centro di
Tunisi, tra filiali bancarie chiuse e cambiavalute informali che operano nei
vicoli di Avenue Habib Bourguiba, molti cittadini custodiscono da anni mazzi di
euro o dollari fuori dal sistema finanziario. A breve, potrebbero depositarli
in banca senza doverne giustificare l’origine—a patto di pagare una
tassa una tantum. È la sostanza dell’articolo 98 della Legge Finanziaria
2026, attualmente all’esame del Parlamento tunisino.
La misura, se
approvata nella forma attuale, consentirebbe ai residenti di aprire conti in
valuta estera senza l’autorizzazione preventiva della Banca Centrale
(BCT) e di versare contanti in euro o dollari senza documentazione. L’obiettivo
è chiaro: attrarre liquidità estera in un momento di grave penuria di riserve.
Secondo dati ufficiali, le riserve valutarie della Tunisia coprono meno di tre
mesi di importazioni, mettendo a rischio l’approvvigionamento di beni
essenziali come farmaci, carburante e cibo.
Un divario che
racconta la crisi
La Tunisia vive
da anni una doppia economia valutaria. Il tasso ufficiale è fissato a
circa 3,3 dinari tunisini per euro, ma sul mercato parallelo la quotazione ha
superato quota 5,2. Questo divario riflette la sfiducia nel sistema bancario
formale e la carenza cronica di valuta pregiata. Mentre la BCT raziona i
dollari per le importazioni, si stima che miliardi di euro e dollari
circolino fuori dal sistema, nascosti in case o scambiati a Ben Guerdane e
in altre zone di frontiera.
L’articolo 98
cerca di colmare questo abisso con un patto semplice: lo Stato rinuncia a
indagare sull’origine dei fondi in cambio della loro immissione nel circuito
legale. La tassa di regolarizzazione—secondo indiscrezioni—sarebbe modesta,
nell’ordine del 2-5% del valore depositato.
Precedenti
poco rassicuranti
Esperienze
analoghe in altri Paesi offrono un quadro cauto. Nel 2016, l’Argentina lanciò
un “blanqueo” con una tassa del 10%: i depositi in valuta crebbero
temporaneamente, ma il peso perse oltre il 70% del suo valore nei due anni
successivi. In Libano, un’amnistia per i conti in dollari congelati ha
contribuito all’isolamento del sistema bancario internazionale, con conseguenze
drammatiche per l’economia reale.
La differenza,
sostengono alcuni funzionari tunisini, è che la misura proposta è limitata
ai residenti e mira esclusivamente a incrementare le riserve, non a sanare
il debito pubblico. Tuttavia, il rischio di distorsioni finanziarie
rimane elevato.
Il nodo della
compliance globale
Il vero punto
critico non è interno, ma internazionale. Consentire depositi in valuta estera senza
tracciabilità dell’origine contrasta con gli standard globali
antiriciclaggio (AML) e “know your customer” (KYC). Le banche tunisine
dipendono dalle cosiddette correspondent banks europee e americane per
gestire pagamenti transfrontalieri. Se queste ultime considereranno i conti
tunisini ad alto rischio, potrebbero interrompere le relazioni, un
fenomeno noto come de-risking.
Già nel 2022,
istituti come HSBC e BNP Paribas hanno smesso di elaborare transazioni con il
Libano per motivi simili. Una riduzione dell’accesso al sistema finanziario
globale potrebbe paralizzare le importazioni ed esportazioni tunisine, con
effetti ben più gravi di quelli derivanti dalla sola scarsità di riserve.
Effetti
collaterali sul mercato interno
L’amnistia
potrebbe anche alterare equilibri economici interni. Da un lato, il settore
immobiliare di lusso—soprattutto a Les Berges du Lac e Gammarth—sta già
registrando un’impennata della domanda, poiché gli immobili sono visti come
veicolo ideale per “parcheggiare” valuta formalizzata. Dall’altro, le piccole
e medie imprese legali rischiano di trovarsi in svantaggio rispetto a
concorrenti informali che, grazie all’amnistia, potranno accedere a capitali
“puliti” senza subire sanzioni retroattive.
Anche la diaspora
tunisina, tradizionale fonte di rimesse (oltre 2,5 miliardi di euro
all’anno), potrebbe reagire con scetticismo. Se il sistema premia chi ha
operato nell’informale, molti potrebbero preferire canali non tracciati, come
accaduto in Pakistan dopo l’amnistia del 2019, quando le rimesse ufficiali
crollarono del 15%.
Un’opzione di
emergenza, non una riforma
Il governo
presenta la misura come un atto di “realismo economico” in assenza di
alternative rapide. I negoziati con il Fondo Monetario Internazionale (FMI)
sono fermi da mesi, in attesa di riforme strutturali che il presidente Kais
Saied sembra riluttante ad attuare. L’articolo 98 offre una via d’uscita
immediata: aumentare le riserve senza toccare sussidi o aumentare le tasse.
Tuttavia, gli
economisti avvertono che un’amnistia valutaria non risolve le cause profonde
della crisi: deficit fiscale cronico, debolezza delle esportazioni,
evasione diffusa e dipendenza dalle rimesse. Al massimo, posticipa il conto.
La Banca Centrale
starebbe cercando di introdurre salvaguardie, come un tetto massimo ai
depositi non giustificati. Ma la pressione politica per approvare la legge
entro fine anno è forte.
Conclusione
L’articolo 98 è
una scommessa ad alto rischio. Potrebbe portare liquidità fresca nel breve
termine, ma espone la Tunisia a perdite di credibilità internazionale, distorsioni
di mercato e un ulteriore indebolimento del patto fiscale. La storia
insegna che le amnistie valutarie raramente generano crescita sostenibile. Al
più, offrono una finestra di tempo—che va usata con saggezza. La Tunisia è di
fronte a una scelta cruciale: sfruttarla per avviare riforme vere, o usarla per
rimandare ancora una volta il confronto con i propri squilibri strutturali.
-mm-
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