l prezzo della menzogna — e chi paga il conto

Il prezzo della menzogna — e chi paga il conto

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge ha fatto qualcosa di semplice, e per questo geniale: ha messo un prezzo alla menzogna. Non alla menzogna astratta, ma a quella concreta, operativa, scalabile: quella che si compra in dollari — o yen, o rubli — per creare eserciti di account falsi, gonfiare profili, diffondere panico, orientare elezioni, rovinare reputazioni. Hanno costruito un indice globale dei costi per la verifica SMS, il passaggio tecnico che permette a un bot di fingersi umano. In Russia, costa 8 centesimi. In Giappone, quasi 5 dollari.

L’obiettivo non è facilitare la frode, ma mappare l’economia dell’inganno: un mercato grigio, alla luce del sole, dove aziende specializzate vendono identità digitali come se fossero pacchetti dati. Lo studio è rigoroso, utile, persino coraggioso. Eppure, rischia di cadere nella trappola più insidiosa del nostro tempo: credere che basti misurare il sintomo per guarire la malattia.

Perché il problema non è che esistano account falsi.
Il problema è che il sistema li rende necessari.

Se davvero volessimo “difendere la democrazia”, non dovremmo chiederci quanto costa creare un fake su Telegram prima delle elezioni, ma perché un’intera architettura della comunicazione pubblica si è ridotta a una competizione tra bot. Perché il dibattito politico si svolge in spazi progettati non per il confronto, ma per l’attenzione, la polarizzazione, la viralità. Perché chi decide le sorti delle guerre, delle economie, delle alleanze — le élite militari, i governi, le corporation — non parla attraverso account falsi, ma attraverso quelli ufficiali, quelli che nessuno osa mettere in dubbio.

E qui torna la mistificazione più diffusa: scaricare sul “popolo” la responsabilità di una scelta che non gli è mai stata concessa. Oggi si dice: “È il popolo che deve decidere sulla guerra in Ucraina”. Ma a nessun cittadino è stato chiesto se volesse l’espansione della NATO fino al confine russo. A nessuno è stato mostrato il verbale delle trattative fallite del 2014 o del 2022. A nessuno è stato permesso di scegliere tra armi o negoziati. Il popolo non ha voluto questa guerra. È stato messo di fronte al fatto compiuto, e poi chiamato a “prendere posizione” — come se la posizione non fosse già stata scolpita altrove.

Questa è la vera manipolazione: non quella dei falsi, ma quella dei veri. Quella che opera attraverso i titoli dei giornali, le interviste ai “massimi esperti”, le narrazioni di civiltà versus barbarie, i silenzi programmati. Jacques Ellul lo aveva capito già negli anni Sessanta: la propaganda moderna non cerca di convincere, ma di rendere pensabile solo una versione del reale. Noam Chomsky lo ha spiegato con i “filtri” dei media: non c’è bisogno di mentire, basta selezionare, enfatizzare, marginalizzare. Antonio Gramsci ci ha insegnato che il potere non si impone con la forza, ma con l’egemonia — cioè con la capacità di far passare gli interessi di pochi per senso comune di tutti.

Lo studio di Cambridge è un’ottima bussola. Ma ci indica solo il mercato nero delle armi. Non ci dice chi ha dichiarato la guerra.

E finché continueremo a guardare ai bot come eccezione, e non come sintomo di un sistema che ha reso ogni voce sostituibile, ogni opinione mercificabile, ogni verità negoziabile, resteremo prigionieri di un’illusione morale: che basti proteggere il popolo dalla disinformazione per restituirgli la sovranità. Ma il popolo non è mai stato sovrano. È stato sempre oggetto, non soggetto, della storia.

La vera domanda non è: “Quanto costa un account falso?”
Ma: “Perché la verità ha smesso di avere un prezzo?”

Finché non la poniamo, ogni “indice di manipolazione” resterà un termometro che misura la febbre — mentre l’infezione avanza indisturbata.

-mm-

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