Che la festa inizi – o meglio, che la festa sia qui!

 Che la festa inizi – o meglio, che la festa sia qui!

 Di –mm–, Mahdia (Tunisia), Dicembre 2025 – EuroExpat Hub

La Grande Saga delle Festività 2026: un viaggio tra culture, calendari e desideri

Anche quando nessuno sa più dove porti la pista.
Secondo fonti attendibili, gli Stati Uniti mantengono — per il momento — un vantaggio sulla Cina di pochi nanosecondi nella corsa ai chip più avanzati. Una “vittoria” effimera, quasi invisibile, che tuttavia alimenta l’ennesimo capitolo della grande olimpiade tecnologica del nostro tempo. Una competizione globale in cui il futuro resta un’era di costante incognita.

In questo clima di accelerazione ossessiva, tutto diventa prestazione: l’intelligenza, l’emozione, persino l’intimità. E così, mentre le potenze si sfidano a colpi di silicio e algoritmi, milioni di persone si preparano a vivere un momento radicalmente diverso: la Grande Saga delle Festività del 2026, un raro incrocio di rituali che, in poche settimane, ci farà viaggiare tra continenti, cosmologie e visioni del sacro.

Dietro le quinte del 2026 — in quel luogo invisibile dove si preparano, si tramandano e si custodiscono i riti — ha già inizio lo spettacolo più antico del mondo: la Grande Saga delle Festività.

Il primo atto è il Capodanno Cinese, martedì 17 febbraio 2026. Secondo il calendario lunisolare, daremo il benvenuto all’Anno del Cavallo, simbolo di energia, movimento e libertà — un segno che ritorna ogni dodici anni. In ogni angolo del mondo, luci, draghi danzanti e riti propiziatori celebreranno il rinnovamento.

 A distanza di sole ventiquattro ore, al tramonto del 18 febbraio, ha inizio il Ramadan (1447 AH). Per un intero mese lunare, oltre un miliardo di persone si dedicheranno a digiuno, preghiera e riflessione: un esercizio di autocontrollo e condivisione che culminerà con l’Eid al-Fitr, la festa che rompe il digiuno — la cui data esatta, come da tradizione, dipenderà dall’avvistamento della luna crescente, probabilmente intorno al 20 marzo.

Nel frattempo, il 9 marzo, l’India esploderà nei colori di Holi, festa della primavera e del trionfo del bene, dove il corpo sociale si dissolve in una nuvola di pigmenti, abolendo per un giorno gerarchie e ruoli. Persino il contatto fisico, per un attimo, diventa sacro.

In poche settimane, tre sistemi temporali — il calendario gregoriano, il lunisolare cinese e il calendario islamico — si sovrappongono, ricordandoci che il tempo non è unico, né universale. È plurale, incarnato, rituale. Eppure, in questa sinfonia di tempi, si insinua una domanda scomoda, intima, quasi vergognosa:
Che ne è stato del desiderio?

E qui risiede la vera provocazione.
Per secoli, l’arte e la cultura hanno offerto al popolo un’illusione di felicità — un surrogato sublimato di gioia, capace di placare il desiderio senza mai soddisfarlo. Allo stesso tempo, quelle stesse narrazioni servivano alle élite per legittimare il proprio potere, trasformando la bellezza, l’amore e lo spirito in ornamenti del dominio.

Ma soprattutto, hanno trasformato il sesso in un privilegio mascherato da virtù: accessibile ai pochi, negato ai molti, regolato da codici morali che stabilivano chi potesse toccare, chi potesse essere toccato, e chi dovesse accontentarsi di sognare.

Oggi, di quell’eredità resta un mondo capovolto. La felicità non è più neppure sognata, ma ridotta a mera soddisfazione personale, e i legami umani — compreso l’atto più antico e universale, il tocco della pelle — sono diventati beni di consumo, valutati in base a costi, prestazioni e durata.

La stessa “saga delle feste”, un tempo cuore pulsante della comunità, è ormai una macchina commerciale trasversale: in ogni latitudine, il rito viene mediato dal potere d’acquisto. Si specula sugli animali per i sacrifici, si mercificano i simboli identitari, si trasformano i gesti collettivi in picchi di consumo. La festa non celebra più il sacro — celebra il mercato.

Mentre le donne — spinte da un immaginario che le vuole impeccabili, indipendenti, desiderabili ma inafferrabili — investono in se stesse come in un capitale da valorizzare (appartamenti, vestiti, chirurgia estetica), molti uomini si ritrovano esclusi non solo dal mercato del lavoro, ma da quello del desiderio. Non hanno il reddito, lo status, il look, la “storia” che oggi serve per essere considerati degni di intimità.

E allora, cosa resta?
Restano le bambole iperrealistiche, gli avatar affettivi, le app che promettono incontri ma consegnano solitudine. Resta un mercato dell’intimità simulata, dove per mille, duemila, seimila dollari puoi comprarti carezze programmate, sguardi calibrati, parole generate da un algoritmo che non ti giudicherà mai. Perché a volte, meglio un corpo finto che nessun corpo. Meglio un inganno che il vuoto.

C’è un parallelo inquietante con il destino del cioccolato. A causa delle turbolenze climatiche, etiche e di mercato, alcuni produttori stanno abbandonando il cacao naturale, sostituendolo con alternative sintetiche. Il “vero” cioccolato rischia di diventare un lusso per pochi. Così, durante le feste, potresti scartare una tavoletta che non contiene una singola traccia di cacao.

Allo stesso modo, potresti scartare un pacco che non contiene una donna — né un uomo — ma un surrogato: perfetto, silenzioso, obbediente.
Un corpo senza conflitto. Un desiderio senza rischio. Un amore senza domande.

Eppure, le festività antiche — quelle che ancora resistono — ci ricordano qualcosa di diverso: che la gioia autentica nasce dalla condivisione, dalla vulnerabilità, dal coraggio di mostrarsi imperfetti in presenza dell’altro. Non dalla perfezione dell’immagine, ma dalla imperfezione dell’incontro.
Non dal controllo, ma dall’abbandono.

La vera sfida del futuro non è vincere la gara dei chip, né produrre l’AI più realistica.
È immaginare un mondo dove la tecnologia non sostituisca la partecipazione, ma la renda possibile.
Dove non si tratta di “avere” un corpo, ma di incontrarne uno.
Dove la festa non è un evento da consumare, ma un tempo da condividere — lenti, fragili, desideranti.

Forse, allora, la festa non è “qui” — ma , dove osiamo ancora essere umani, insieme.

-mm-

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