Alla soglia del 2026: tra dolore collettivo e ricerca di un nuovo senso di casa
Alla soglia del 2026: tra dolore collettivo e ricerca di un nuovo senso di casa
Siamo ormai a un
passo dal 2026, e guardandoci alle spalle vediamo un 2025 che si impone, senza
mezzi termini, come uno degli anni più strazianti degli ultimi decenni. Da una
posizione geografica che ci offre quasi un osservatorio privilegiato del dolore
collettivo — non come spettatori distaccati, ma come testimoni partecipi —
proviamo a fare conto di un’epoca segnata da tensioni crescenti, violenze
inaudite e un diffuso senso di smarrimento.
L’eco di quanto
accaduto a Sydney riecheggia con forza nell’editoria contemporanea,
trasformando un fatto di cronaca in simbolo di un malessere più vasto: il
ricorrente, lacerante schema dell’“io contro gli altri”, alimentato da una
logica umana spesso illogica, carica di paura, astio e solitudine.
Di fronte a
questo, molti si chiedono: come raccontare simili storie ai propri figli?
Come trasmettere emozioni così dense di dolore, paura e contraddizione senza
lasciarli soli di fronte all’abisso? Questa domanda non può restare confinata
al qui e ora, né limitarsi ai luoghi coinvolti dagli eventi. Deve, al
contrario, risuonare ben oltre: spingerci verso una proattività culturale, una
responsabilità educativa, un agire “preventivo” fondato sull’ascolto, sulla
cura del linguaggio e sulla costruzione di ponti, non di muri.
In un mondo
sempre più interconnesso, la prossimità geografica non basta più. Anzi, va
superata. Dobbiamo coltivare nuove forme di vicinanza emotiva e culturale,
fondate su un’identità condivisa — non etnica, non esclusiva, ma umana. Solo
così potremo aspirare a un futuro in cui sentirsi al sicuro non sia un
privilegio per pochi, ma una condizione comune: un “senso di calma e sicurezza”
diffuso, capace di accogliere chiunque.
Eppure, ci
troviamo di fronte a una sfida cruciale: quanto il nostro imprinting
culturale, le nostre capacità cognitive e la nostra intelligenza emotiva ci
permettono di affrontare concetti complessi come “terrorismo”, “odio”,
“anti-qualcosa”? E soprattutto: come farlo senza semplificare fino a
svuotare di senso la conversazione? Perché, in verità, si tratta di dinamiche
che spesso noi stessi adulti fatichiamo a comprendere. Figuriamoci un bambino,
o persino un adolescente: come potrebbero orientarsi in una tale complessità?
È qui che la
copertura mediatica — pur con le migliori intenzioni — rischia di sollevare più
domande di quante possa offrire risposte. E per questo richiede una
responsabilità maggiore: una cura più attenta nel linguaggio, una narrazione
che non spettacolarizzi il dolore, ma lo contestualizzi, lo umanizzi, lo
trasformi in occasione di crescita collettiva.
Da questa
postazione — tra Mahdia e il Mediterraneo, tra ricordi italiani e presente
tunisino — percepiamo anche un altro fenomeno: un senso di astio diffuso,
spesso ignorante, alimentato non da cattiveria, ma da un profondo senso di
impotenza. Un’impotenza che si trasforma in rancore verso chi “non appartiene”,
verso chi è diverso, verso chi sembra avere ciò che altri sentono di aver
perduto. Ma questa reazione non è nuova. È antica quanto l’esilio.
Pensiamo a
Foscolo, in esilio lontano dalla sua Zacinto, che dispera di tornare a casa da
vivo e chiede almeno che le sue ossa vengano restituite alla “madre mesta”. Nei
versi finali del suo A Zacinto scrive:
“E prego
anch’io nel tuo porto quiete:
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, le ossa mie rendete allora al petto della madre mesta.”
Foscolo si
paragona a Ulisse, ma sa di non poter mai tornare. La sua è una nostalgia non
solo geografica, ma esistenziale: il desiderio di un approdo, di un senso di
appartenenza che la vita gli nega.
Oggi,
paradossalmente, il desiderio non è più di tornare, ma di partire:
non verso la guerra o l’esilio, ma verso un luogo dove trascorrere gli ultimi
anni di una vita di duro lavoro in pace, serenità, dignità. Il “dove andare” è
diventato il nuovo “dove tornare”. Non più le ossa alla madre, ma il corpo
ancora vivo alla ricerca di un porto quiete. Il marketing sociale ed economico
ha trasformato questa ricerca in tendenza: “qual è il posto più bello dove
andare?”.
Ma forse, proprio
in questo momento, non dovremmo chiederci solo dove andare — bensì come
costruire, ovunque, una casa comune. Non fatta di mura, ma di ascolto. Non di
esclusione, ma di accoglienza responsabile. Non di paura, ma di coraggio
empatico.
Perché alla fine,
non si tratta solo di trovare un posto dove vivere gli ultimi anni — ma di
creare un mondo in cui tutti, ovunque, possano sentirsi a casa.
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