Alla soglia del 2026: tra dolore collettivo e ricerca di un nuovo senso di casa

 Alla soglia del 2026: tra dolore collettivo e ricerca di un nuovo senso di casa

Di –mm–, Mahdia (Tunisia), Dicembre 2025 – EuroExpat Hub

Siamo ormai a un passo dal 2026, e guardandoci alle spalle vediamo un 2025 che si impone, senza mezzi termini, come uno degli anni più strazianti degli ultimi decenni. Da una posizione geografica che ci offre quasi un osservatorio privilegiato del dolore collettivo — non come spettatori distaccati, ma come testimoni partecipi — proviamo a fare conto di un’epoca segnata da tensioni crescenti, violenze inaudite e un diffuso senso di smarrimento.

L’eco di quanto accaduto a Sydney riecheggia con forza nell’editoria contemporanea, trasformando un fatto di cronaca in simbolo di un malessere più vasto: il ricorrente, lacerante schema dell’“io contro gli altri”, alimentato da una logica umana spesso illogica, carica di paura, astio e solitudine.

Di fronte a questo, molti si chiedono: come raccontare simili storie ai propri figli? Come trasmettere emozioni così dense di dolore, paura e contraddizione senza lasciarli soli di fronte all’abisso? Questa domanda non può restare confinata al qui e ora, né limitarsi ai luoghi coinvolti dagli eventi. Deve, al contrario, risuonare ben oltre: spingerci verso una proattività culturale, una responsabilità educativa, un agire “preventivo” fondato sull’ascolto, sulla cura del linguaggio e sulla costruzione di ponti, non di muri.

In un mondo sempre più interconnesso, la prossimità geografica non basta più. Anzi, va superata. Dobbiamo coltivare nuove forme di vicinanza emotiva e culturale, fondate su un’identità condivisa — non etnica, non esclusiva, ma umana. Solo così potremo aspirare a un futuro in cui sentirsi al sicuro non sia un privilegio per pochi, ma una condizione comune: un “senso di calma e sicurezza” diffuso, capace di accogliere chiunque.

Eppure, ci troviamo di fronte a una sfida cruciale: quanto il nostro imprinting culturale, le nostre capacità cognitive e la nostra intelligenza emotiva ci permettono di affrontare concetti complessi come “terrorismo”, “odio”, “anti-qualcosa”? E soprattutto: come farlo senza semplificare fino a svuotare di senso la conversazione? Perché, in verità, si tratta di dinamiche che spesso noi stessi adulti fatichiamo a comprendere. Figuriamoci un bambino, o persino un adolescente: come potrebbero orientarsi in una tale complessità?

È qui che la copertura mediatica — pur con le migliori intenzioni — rischia di sollevare più domande di quante possa offrire risposte. E per questo richiede una responsabilità maggiore: una cura più attenta nel linguaggio, una narrazione che non spettacolarizzi il dolore, ma lo contestualizzi, lo umanizzi, lo trasformi in occasione di crescita collettiva.

Da questa postazione — tra Mahdia e il Mediterraneo, tra ricordi italiani e presente tunisino — percepiamo anche un altro fenomeno: un senso di astio diffuso, spesso ignorante, alimentato non da cattiveria, ma da un profondo senso di impotenza. Un’impotenza che si trasforma in rancore verso chi “non appartiene”, verso chi è diverso, verso chi sembra avere ciò che altri sentono di aver perduto. Ma questa reazione non è nuova. È antica quanto l’esilio.

Pensiamo a Foscolo, in esilio lontano dalla sua Zacinto, che dispera di tornare a casa da vivo e chiede almeno che le sue ossa vengano restituite alla “madre mesta”. Nei versi finali del suo A Zacinto scrive:

“E prego anch’io nel tuo porto quiete:
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, le ossa mie rendete allora al petto della madre mesta.”

Foscolo si paragona a Ulisse, ma sa di non poter mai tornare. La sua è una nostalgia non solo geografica, ma esistenziale: il desiderio di un approdo, di un senso di appartenenza che la vita gli nega.

Oggi, paradossalmente, il desiderio non è più di tornare, ma di partire: non verso la guerra o l’esilio, ma verso un luogo dove trascorrere gli ultimi anni di una vita di duro lavoro in pace, serenità, dignità. Il “dove andare” è diventato il nuovo “dove tornare”. Non più le ossa alla madre, ma il corpo ancora vivo alla ricerca di un porto quiete. Il marketing sociale ed economico ha trasformato questa ricerca in tendenza: “qual è il posto più bello dove andare?”.

Ma forse, proprio in questo momento, non dovremmo chiederci solo dove andare — bensì come costruire, ovunque, una casa comune. Non fatta di mura, ma di ascolto. Non di esclusione, ma di accoglienza responsabile. Non di paura, ma di coraggio empatico.

Perché alla fine, non si tratta solo di trovare un posto dove vivere gli ultimi anni — ma di creare un mondo in cui tutti, ovunque, possano sentirsi a casa.

 

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