La controversia Nexperia e il segno della storia non raccontata.

 La controversia Nexperia: un punto di rottura nella “guerra dei chip” e nelle relazioni tra Occidente e Cina

L’episodio Nexperia è emerso nel 2025 come uno dei momenti più critici – e inaspettati – della cosiddetta “guerra dei chip”, incarnando le crescenti frizioni geopolitiche tra Cina da un lato, e Stati Uniti ed Europa dall’altro. Nonostante la sua portata sistemica, la vicenda è rimasta largamente invisibile ai media mainstream, confinata a dibattiti tecnici tra esperti e decisori. Eppure, le sue implicazioni vanno ben oltre il settore dei semiconduttori: minacciano la stabilità delle catene globali di approvvigionamento, mettono in discussione i principi del libero mercato e accelerano la frammentazione dell’economia globale.


Chi è Nexperia? Un attore chiave sottovalutato

Con sede a Nijmegen, nei Paesi Bassi, Nexperia è un leader mondiale nella produzione di semiconduttori “discreti” – diodi, transistor, MOSFET – componenti fondamentali per l’industria manifatturiera, ma non legati a chip avanzati per intelligenza artificiale o supercalcolo. Ogni anno, l’azienda produce oltre 110 miliardi di unità, con il 60% del fatturato proveniente dal settore automotive. La sua rilevanza è quindi strategica per settori ad alto valore aggiunto: dall’elettronica di consumo all’energia, dai trasporti all’industria pesante.

Acquisita nel 2018 dalla cinese Wingtech Technology per 3,6 miliardi di dollari, Nexperia ha continuato a crescere in modo sostenibile sotto la nuova proprietà. Tuttavia, la sua dipendenza da fornitori cinesi – che coprono circa il 70% dei componenti – ha reso l’azienda particolarmente vulnerabile alle tensioni geopolitiche. Già oggi, il costruttore giapponese Toyota ha segnalato ritardi nella produzione legati a questa disputa, avviando piani di mitigazione per evitare interruzioni.


L’escalation: quando la sicurezza nazionale supera il mercato

La crisi è esplosa a fine settembre 2025, quando il governo olandese ha invocato per la prima volta nella storia recente il Goods Availability Act, una legge d’emergenza risalente al 1952 e pensata per la Guerra Fredda. L’obiettivo: assumere il controllo temporaneo di Nexperia, pur senza acquisirne la proprietà.

Le motivazioni ufficiali citano “gravi carenze di governance” e il rischio di compromettere “la continuità e la salvaguardia di conoscenze tecnologiche cruciali” sul suolo europeo. Dietro le quinte, però, emergono forti pressioni statunitensi. Già nel dicembre 2024, gli USA avevano inserito Wingtech nella Entity List, accusandola di legami con programmi cinesi volti ad acquisire tecnologie sensibili. A settembre 2025, le restrizioni sono state estese alle sussidiarie, compresa Nexperia, con Washington che ha esplicitamente chiesto la rimozione dell’amministratore delegato cinese Zhang Xuezheng.

Il 7 ottobre 2025, un tribunale olandese ha sospeso Zhang, citando possibili conflitti di interesse – tra cui transazioni sospette per 200 milioni di dollari con entità a lui collegate – e dubbi sulla “correttezza” della gestione. Il governo olandese ora può bloccare o annullare decisioni manageriali, garantendo la continuità produttiva ma senza acquisire formalmente l’azienda.

Wingtech ha reagito con durezza, definendo l’intervento un “colpo di stato interno” orchestrato da dirigenti europei e un esempio di “eccessiva interferenza geopolitica”, in violazione di accordi contrattuali e diritti di proprietà.


La ritorsione cinese e il rischio di escalation

La Cina non è rimasta inerte. Il 4 ottobre 2025, il Ministero del Commercio ha imposto restrizioni all’esportazione di componenti chiave prodotti negli stabilimenti cinesi di Nexperia, bloccando forniture essenziali per la produzione globale. La controllata cinese ha reagito dichiarandosi “indipendente” e conforme alle leggi locali, mentre i dipendenti hanno visto congelati stipendi e accessi ai sistemi aziendali.

Sui media di Stato, il tono è stato inequivocabile: il People’s Daily ha definito l’azione olandese una “rapina sotto copertura legale”, accusando l’Occidente di abusare del concetto di “sicurezza nazionale” per mascherare il proprio declino competitivo.


Due narrazioni a confronto

Dalla prospettiva cinese, l’episodio rappresenta un “grave errore strategico” che mina la fiducia negli investimenti esteri. Pechino accusa l’Olanda di:

  • sospendere arbitrariamente diritti di proprietà privata per ragioni politiche;
  • agire su mere speculazioni (ad esempio, il presunto trasferimento di produzione in Cina) senza prove concrete;
  • discriminare sulla base della nazionalità;
  • rinunciare alla propria sovranità, diventando uno “stato cliente” degli Stati Uniti.

Dalla prospettiva occidentale, invece, si insiste sulla necessità di proteggere tecnologie critiche da trasferimenti non autorizzati. Fonti statunitensi ed europee accusano Wingtech di pratiche di “asset stripping” (svuotamento di asset) e citano segnalazioni interne su irregolarità nella governance. Tuttavia, anche osservatori indipendenti riconoscono un rischio: l’intervento, pur legale, crea un pericoloso precedente. Potrebbe scoraggiare futuri investimenti stranieri e accelerare la politicizzazione del commercio internazionale.


Le conseguenze a lungo termine: un mondo più frammentato

Questa vicenda segna una svolta: governi possono ora invalidare retroattivamente acquisizioni straniere invocando una nozione vaga di “sicurezza nazionale”, senza prove solide né garanzie procedurali. Il risultato è un’accelerazione del de-risking, con aziende che scelgono il friend-shoring (approvvigionamento da alleati fidati) o il near-shoring (produzione più vicina ai mercati finali). Processi costosi, lenti e inefficienti, che erodono i benefici della globalizzazione.

Nell’ottobre 2025, il ministro olandese Vincent Karremans cerca un dialogo con Pechino per revocare il blocco alle esportazioni. Un accordo potrebbe ancora scongiurare il peggio, ma il danno è già fatto:

  • le catene di fornitura globali sono più fragili che mai;
  • l’industria automobilistica europea e statunitense rischia carenze strutturali;
  • gli investitori cinesi guardano con crescente scetticismo all’Occidente.

In un’economia interconnessa, queste mosse rischiano un effetto boomerang: colpendo non solo l’avversario geopolitico, ma tutti gli attori globali, inclusi quelli che le hanno promosse.

-mm-

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