26 ottobre 2025

 
ultima domenica di ottobre 2025
 

Il tempo del nostro turno su questa terra si assottiglia. Non è mestizia, ma consapevolezza: con gli anni che si accumulano alle spalle, cresce il bisogno di guardare indietro, non con rimpianto, ma con onestà. Che cosa abbiamo seminato, in silenzio, senza cercare applausi, in questo immenso calderone di vite? Quanto del nostro passaggio ha reso il mondo — anche di poco — più umano, più giusto, più degno di essere abitato?

C’è una verità semplice, eppure profonda: ciò che nasce dall’io solo svanisce con lui; ciò che nasce dal noi resiste. O almeno, dovrebbe resistere. È il bene condiviso — non l’opera solitaria — a sfidare l’oblio. È la memoria collettiva a dare durevolezza al gesto effimero.

In questo clima dell’anima, si insinua con dolce insistenza la Festa dei Morti. Non è una ricorrenza di dolore sterile, ma un rito universale, declinato in mille lingue, gesti, fiori e preghiere. Ogni cultura ha il suo modo di tenere per mano chi non c’è più. Nel mio cuore, essa prende forma il 2 novembre: non come giorno di separazione, ma come soglia aperta — tra i vivi e i morti, tra il ricordo e la presenza.

Lo sguardo corre allora a quei luoghi dove il tempo ha già cominciato a cancellare i nomi: cimiteri abbandonati, lapidi sbiadite, erbacce che coprono storie intere. Monumenti che, pur sfidando i secoli, diventano scoperte senza memoria — e forse per questo, più tragici di ogni rovina.

Ma c’è un luogo che resiste: il cimitero di Capo Africa. Quel promontorio magnifico, proteso verso il Mediterraneo — la nostra antica culla — non è stato ceduto alla speculazione, non è stato violato da mani avide. Nella sua sobrietà, sembra ammonirci: mentre innalziamo torri di vetro e acciaio, dimentichiamo chi ci ha preceduto. Eppure, è da loro che veniamo.

Come antropologo, mi chiedo: quante di queste tradizioni sono state archiviate dall’Intelligenza Artificiale? E con quale anima? Perché ciò che conta non è la registrazione dei fatti, ma la traccia del sentimento — della nostra fragilità, sì, ma anche della nostra essenza più vera: quella ricchezza interiore che nessun algoritmo potrà mai misurare.

E qui, tra ricordo e riflessione, torna a me un’estate trascorsa a Zante — Zacinto, l’isola natale di Foscolo. Sotto il sole greco, lessi A Zacinto, Alla sera, e soprattutto Dei Sepolcri. E capii allora che quei versi non erano solo poesia, ma un atto di fede laica nella memoria.

Foscolo, esule, sapeva che il suo corpo non avrebbe mai riposato nella terra amata. Scriveva, con straziante lucidità:

«...sol perché io / del mio corpo non so dove fia nulla; / e se l’eterna sera si farà, / la mia non lacrimata sepoltura.»

Eppure, da quel dolore personale — dalla paura dell’oblio — nacque il carme più alto sulla tomba: non come vano monumento, ma come legame d’amore tra vivi e morti.

«All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto è forse il sonno / della morte men duro?»

La tomba, per Foscolo, non consola il defunto — che non sente — ma i vivi. È un richiamo alle virtù, un seme di civiltà. Senza memoria, non c’è futuro.

 

Altri poeti hanno guardato la morte con occhi diversi. Leopardi, disilluso, scriveva:

«Perì l’inganno estremo… / Al gener nostro il fato / non donò che il morire.»

Ungaretti, con quattro versi, racchiuse tutta la nostra precarietà:

«Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie.»

Ma la poesia non è prigioniera dell’Occidente.

In Giappone, Bashō ascoltava il silenzio:

«Nel silenzio / un uccello beve / alla fonte dei morti.»

In Persia, Rumi danzava con l’eternità:

«Morire è entrare in un oceano d’amore.»

In Africa, Tchicaya U Tam’si diceva:

«Non sono morto, sono diventato vento.»

E gli antenati, là, non muoiono mai: vivono nei sogni, nei racconti, nei riti.

Nel mondo arabo, Ibn ‘Arabi insegnava:

«Morire prima di morire è la via per vivere in eterno.»

In Russia, Anna Achmatova cantava il lutto collettivo:

«Non griderò, non piangerò, / ma canterò per tutti coloro che non sono più.»

E in Cina, Li Bai sorrideva alla caducità:

«Il cielo e la terra sono l’albergo dell’eternità, / ogni generazione è un pellegrino che passa.»

Anche le voci anonime sussurrano verità semplici:

«Non sono lì, non dormo. Sono mille venti che soffiano…»

«Sono solo andato nella stanza accanto…»

Emily Dickinson chiudeva con una certezza d’amore:

«Chi è amato non conosce morte.»

E qui tutto si ricongiunge. Non si tratta di sfuggire alla morte — impossibile — ma di non lasciare che spezzi il legame. Il vero monumento non è di marmo, ma di memoria viva: coltivata nel cuore, trasmessa ai figli, onorata in silenzio.

L’ultima domenica di ottobre 2025 non è un semplice passaggio di calendario. È un invito a fermarsi. A guardare indietro con gratitudine, avanti con responsabilità. A riconoscere che la nostra breve fiamma ha senso solo se illumina anche altri.

E forse, varcando la soglia del cimitero di Capo Africa, non andrò a piangere — ma a ringraziare. Perché, come scriveva Pessoa,

«Morire è solo non essere visto. / Se ascolto, sento il tuo passo.»

 

E io, oggi, ascolto.

 

https://capoafricapoesie.blogspot.com/2025/10/ultima-domenica-di-ottobre-2025.html

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— mm —

 

 

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