Il Mediterraneo come laboratorio del privilegio: tra Milano e Tunisi, la fine di un sogno comune
Di -mm-, 6 aprile 2025 — Geopolitica del Sud
A Milano, un miliardario egiziano paga 200.000 euro all’anno
per vivere senza tasse su redditi e patrimoni esteri. A Tunisi, un ex
insegnante francese paga 360 euro al mese per una villa con giardino.
Sono due storie diverse, ma raccontano lo stesso fenomeno:
l’Europa del Nord che si trasferisce al Sud, in cerca di un altro modo di
vivere. Non è più turismo. È residenza. È permanenza. È una nuova geografia del
privilegio.
Eppure, dietro la dolce vita e il mito del “paradiso
low-cost”, si nasconde una verità più amara: il Mediterraneo si sta spaccando
in due, non per confini, ma per disuguaglianza. Da una parte, città come Milano
diventano hub globali per l’élite finanziaria. Dall’altra, Paesi come la
Tunisia rischiano di trasformarsi in enclave passive per pensionati europei,
mentre i giovani locali guardano altrove, con rabbia o disillusione.
Questo non è più un fenomeno marginale. È un sintomo di una
trasformazione geopolitica profonda, dove il Mediterraneo non è più un mare di
scambio, ma un laboratorio di disuguaglianze stratificate, in cui il Nord
trasferisce il suo benessere al Sud, senza condividerne il destino.
Due regimi, un solo privilegio
Il paragone è illuminante.
A Milano, il governo italiano ha creato un regime fiscale
agevolato nel 2017: chi si trasferisce in Italia e paga una tantum 200.000 euro
all’anno per 15 anni, è esentato da tasse su redditi e patrimoni esteri. Un
affare per chi ha milioni in Svizzera, Dubai o Londra.
“È come pagare il caffè. Oggi costa due euro, domani
quattro. Ma non rinunci al caffè”, dice Matteo Pella, broker immobiliare a Lake
Como, intervistato da CNBC.
Il risultato? Un’ondata di ricchezza concentrata. Secondo
Henley & Partners, 3.600 nuovi high-net-worth individuals sono arrivati in
Italia nel 2025. Tra loro: Nassef Sawiris, l’uomo più ricco d’Egitto, e Richard
Gnodde, vice-presidente di Goldman Sachs.
A Tunisi, non esiste un regime fiscale simile. Non c’è
alcuna politica governativa di attrazione. Eppure, migliaia di europei si
trasferiscono lo stesso. Perché? Perché una pensione francese o italiana — tra
1.500 e 2.500 euro — permette uno stile di vita impensabile in Europa.
“Vivo come un re con lo stipendio di un impiegato”, dice
Pierre, ex insegnante a Marsiglia, che paga 360 euro al mese per una villa a La
Marsa.
Ma qui il privilegio non è legale, è economico. Non è un
trattato, è una convenienza. E mentre a Milano il ricco paga per non pagare, a
Tunisi l’europeo medio paga poco per vivere molto.
Due mercati immobiliari, una sola esclusione
In entrambi i casi, il risultato è una distorsione del
mercato immobiliare.
A Milano, i prezzi sono cresciuti del 49% dal 2017, anno di
introduzione del regime flat tax, contro un +10,9% nelle altre grandi città
italiane (Tecnocasa). Il boom ha riguardato soprattutto le zone di lusso: Porta
Nuova, Brera, il Lago di Como. Nuovi club esclusivi come Casa Cipriani e The
Wilde aprono le porte a un’élite internazionale.
“Piace una proprietà con le viscere. Poi fa due conti, ma è
pronto a spendere, anche a spendere troppo per una vista unica”, dice Pella.
A Tunisi, il fenomeno è simile, ma più subdolo. I prezzi
degli immobili salgono, ma non sono i tunisini a comprarli. Sono gli europei, i
rimpatriati, i benestanti all’estero che inviano 3,5 miliardi di euro di
rimesse nel 2023 (dati ONS), gran parte dei quali finiscono in immobili.
“I prezzi salgono grazie agli euro degli europei. Noi non
possiamo permetterci una casa”, dice Sami, impiegato pubblico a Sfax.
È una gentrificazione selettiva: a La Marsa, Sidi Bou Said o
Hammamet, i quartieri si trasformano in enclave per stranieri, con caffè in
francese, supermercati Monoprix e sicurezza privata. I tunisini locali, anche
quelli laureati, sono esclusi.
“Non voglio i loro soldi. Voglio che il mio lavoro valga
qualcosa anche qui, senza dover lavorare per uno straniero”, dice Inès,
informatica disoccupata da 18 mesi.
Il volto perduto di Milano
Ma anche a Milano, qualcosa si è spezzato.
Il volto della città non è mai stato uno solo. Nel
Novecento, era un crocevia di culture: operai del Sud, ebrei sefarditi, esuli
russi, commercianti tedeschi, intellettuali francofoni, artisti spagnoli. Un
mosaico vivace, seppur mai perfettamente integrato, che dava alla città
un’anima cosmopolita, fondata sul lavoro, sull’industria, sullo scambio.
Oggi, quel tessuto sociale si è dissolto. Le vecchie
famiglie milanesi, quelle che hanno costruito la città con il sudore della
fabbrica e la dignità del piccolo commercio, si sono ritirate nelle periferie o
sono scomparse. I loro quartieri sono stati riqualificati, i loro mercati
rionali sostituiti da boutique di lusso, i bar storici da caffè concettuali per
digital nomad.
E al loro posto, non è arrivata un’altra integrazione. È
arrivata un’altra élite.
L’Italia, con il suo regime flat tax, è diventata la
risposta italiana al regime “non-dom” abolito nel Regno Unito. Mentre Londra
chiude le porte ai ricchi stranieri, l’Italia le spalanca. Ma non si tratta più
di accogliere talenti, artigiani, migranti che si integrano. Si tratta di
vendere la dolce vita a chi vuole viverla senza pagarne il prezzo fiscale.
Il nuovo cosmopolitismo di Milano non è fatto di lavoro, ma
di ricchezza globale. Non è plurilingue per storia, ma per business. Non è
radicato, è liquido. E mentre il sogno del dopoguerra si sgretola, un nuovo
privilegio si insedia: non più nella fabbrica, ma nella villa sul lago, nel
club esclusivo, nell’attico con vista su una città che ormai appartiene a
pochi.
Un Mediterraneo a due velocità
Il paradosso è evidente.
L’Italia, un paese ricco, diventa più ricco grazie a
politiche fiscali attive che attirano capitali globali.
La Tunisia, un paese povero, diventa un mercato di consumo
per europei benestanti, senza un piano strategico né servizi adeguati.
In entrambi i casi, il privilegio si trasferisce al Sud, ma
la ricchezza non filtra verso il basso. A Milano, i nuovi ricchi vivono in una
bolla di lusso. In Tunisia, gli expat vivono in una bolla di convenienza.
E mentre l’Europa del Nord si trasferisce al Sud, il Sud del
Sud — i giovani, i laureati, i lavoratori precari — guarda altrove. Oltre il
mare. Oltre il sogno.
Verso quale futuro?
La domanda non è più solo economica. È geopolitica.
Il Mediterraneo non può essere solo un luogo dove l’Europa
del Nord trasferisce il suo benessere, lasciando indietro chi ci vive da
sempre. Serve una visione condivisa:
Per l’Italia: un equilibrio tra attrazione degli investitori
e giustizia fiscale. Il flat tax potrebbe essere rivisto per includere
contributi a progetti sociali o ambientali.
Per la Tunisia: una politica chiara per gli expat, con visti
regolari, tassazione trasparente e investimenti nei servizi pubblici. Non basta
essere “low-cost”: serve essere sostenibile, inclusivo, moderno.
Il vero sogno mediterraneo non è vivere meglio spendendo
meno.
È costruire un futuro in cui tutti, europei e nordafricani,
possano vivere con dignità — sullo stesso mare.
Altrimenti, il Mediterraneo rischia di diventare non un
ponte, ma una fossa: profonda, silenziosa, e sempre più difficile da
attraversare.
La rabbia che non esplode
Nonostante i dati siano chiari, le traiettorie siano
tracciate e le disuguaglianze visibili a occhio nudo, il futuro resta
imprevedibile.
Non si può prevedere quando una crisi di liquidità diventa
una rivolta di piazza. Quando un giovane laureato, come Inès, decide di
smettere di cercare lavoro e inizia a organizzare. Quando un pensionato
francese, che credeva di vivere in un paradiso low-cost, si rende conto che non
può più permettersi la corrente elettrica. Quando un operaio milanese, erede di
una storia di fabbriche e lotte, vede l’attico di fronte occupato da un
miliardario che paga 200.000 euro l’anno per non pagare nulla — e decide che quel
sistema non merita più di essere rispettato.
Quello che è certo, però, è l’effetto attuale:
un’esasperazione generale, silenziosa ma diffusa, che serpeggia tra le classi
medie e popolari di entrambe le sponde del Mediterraneo.
A Milano, il conflitto non è più tra nord e sud Italia, ma
tra chi ha un codice fiscale e chi ha un patrimonio offshore. Tra chi lavora e
chi “paga il caffè” senza mai berlo. Tra chi vive la città e chi la colleziona.
A Tunisi, il conflitto non è tra stranieri e tunisini, ma
tra chi ha accesso all’euro e chi no. Tra chi può permettersi il Wi-Fi stabile
e chi passa le giornate in un bar con connessione intermittente. Tra chi vede i
suoi sogni realizzarsi in una villa a La Marsa… e chi li vede svanire, mentre
il mercato immobiliare sale grazie ai soldi di chi è nato altrove.
E così, la lotta non si svolge più tra ricchi e poveri, ma
tra poveri.
Tra il giovane tunisino che non trova lavoro e il pensionato
italiano che occupa un posto in un coworking che non utilizza mai. Tra
l’operaio milanese e il nomade digitale che vive in un loft riqualificato a
spese del welfare pubblico. Tra chi chiede giustizia e chi chiede solo di non
essere disturbato nel suo paradiso.
Il vero pericolo non è la disuguaglianza. È che, di fronte a
essa, i più deboli si trasformino in concorrenti, anziché in alleati.
Perché finché il Nord del Mediterraneo vende la dolce vita
ai ricchi e il Sud la vende ai benestanti, il Sud del Sud — i lavoratori, i
precari, i dimenticati — non avrà scelta: dovrà lottare non contro il sistema,
ma contro chi gli sta accanto.
E allora, sì: il futuro è imprevedibile.
Ma se non cambiamo rotta, sarebbe potenzialmente esplosivo.
Tuttavia, non lo sarà.
Perché la rabbia, per esplodere, ha bisogno di
organizzazione, rappresentanza, speranza.
E queste, oggi, mancano.
Al loro posto, ci sono la stanchezza, la burocrazia,
l’incertezza del domani — e soprattutto l’opportunismo.
Un opportunismo che non è di chi sta in alto, ma di chi sta
in basso e cerca di sopravvivere:
Il laureato che accetta un lavoro da 600 dinari pur di non
essere tagliato fuori.
Il lavoratore che, invece di unirsi, invidia chi ha ottenuto
un visto grazie a un’azienda europea.
Il giovane che non protesta, ma sogna di emigrare per
diventare, un giorno, lui stesso uno straniero privilegiato.
Non è rassegnazione. È competizione tra poveri, dove l’unico
obiettivo non è cambiare il sistema, ma uscirne, anche solo per un po’.
Le élite non temono la rivolta. Temono l’unità.
E finché il Sud del Mediterraneo sarà frammentato, isolato,
precario, non si muoverà.
Non esploderà.
Si consumerà in silenzio.
Nella rabbia repressa dei laureati disoccupati.
Nella rassegnazione dei pensionati che non possono più
permettersi il caffè.
Nel sogno del Mediterraneo, finalmente sepolto — non nel
mare, ma nella resa.
-mm
-mm- è analista e narratore, con una lunga esperienza nel
racconto delle trasformazioni sociali e geopolitiche del Mediterraneo. Ha
collaborato per diversi anni con piattaforme indipendenti, blog tematici e
progetti di ricerca sul campo, occupandosi di migrazioni, disuguaglianze
territoriali e crisi dei modelli urbani. Appassionato di storia della
comunicazione, ha esplorato negli ultimi anni il rapporto tra narrazione,
tecnologia e intelligenza artificiale, sperimentando forme ibride di analisi
che uniscono metodo giornalistico e approfondimento critico. Le sue
osservazioni si collocano sempre entro un quadro geopolitico ampio, con uno
sguardo privilegiato sulle dinamiche del Sud del Mediterraneo..
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